La nuova violenza figlia dell’utopia mondialista

I contorni culturali del Grande Fratello


L’organizzazione americana di Lyndon LaRouche ha tenuto la conferenza annuale a Reston in Virginia lo scorso 20 febbraio 2000. Tra le presentazioni più interessanti, Helga Zepp-LaRouche, presidente internazionale del Movimento Solidarietà, ha parlato del controllo da parte dei massmedia e dei videogames sulla mente dei giovanissimi, un problema salito drammaticamente alla ribalta a seguito di episodi sempre più frequenti in cui bambini lavati nel cervello dai videogames compiono assassinii o addirittura stragi.

Helga Zepp-LaRouche non si è limitata a lanciare l’allarme contro i videogiochi, o a biasimare genitori e insegnanti, ma ha definito il problema nel suo contesto più vero, quello strategico di una società che sta correndo verso l’imbarbarimento e l’autodistruzione. (Un fatto confermato dalle cifre economiche).

Helga Zepp-LaRouche ha denunciato una cultura oligarchica riassunta in un antico proverbio cinese: tieni la gente nella stupidità, sarà più facile comandarla. Questa strategia mirante ad instupidire la popolazione, a desensibilizzarla moralmente e culturalmente, a modificarne il comportamento, trae origine dall’Illuminismo britannico di John Locke e la sua riformulazione più moderna fatta negli studi sull’intelligenza artificiale di John von Neumann e Norbert Wiener.


A che cosa serve una tale cultura?


Nel caratterizzare la situazione strategica attuale la signora LaRouche ha ricostruito le varie svolte che hanno portato il nucleo di potere anglo-americano ad affermarsi come “unica potenza mondiale”; dall’espansionismo verso Est della NATO ai brutali episodi dell’avventurismo militare in Irak, in Sudan e in Jugoslavia. In termini politico-militari questi episodi sono stati un disastro peggiore dell’altro, ma quel che conta, per questo blocco di potere, è di essere riconosciuto “il boss indiscusso”.

Nella sorpresa generale dei presenti, il ministro della Difesa USA Cohen, parlando all’inizio di febbraio all’incontro annuale della Wehrkunde in Germania, uno dei più importanti appuntamenti dei militari e degli esperti di strategia, denunciò i cosiddetti “stati canaglia”: Irak, Iran, Libia, Corea del Nord. (Ma si guarda anche verso la Cina e altri paesi maggiori). Essi costituirebbero una minaccia all’esistenza degli stessi Stati Uniti. In realtà questa strategia inaugurata da Bush consiste nel costringere qualcuno a fare il nemico per forza.

Uno degli esponenti più significativi di questa fazione dei “falchi” anglo-americani è Caspar Weinberger, che è stato ministro della Difesa sotto Reagan e successivamente è stato insignito della Gran Croce dell’Ordine dell’Impero da Elisbetta II d’Inghilterra.

Nel 1996 Weinberger ha scritto un libro intitolato “La prossima guerra” pubblicato con l’introduzione della baronessa Margaret Thatcher, ex premier britannico.

Si tratta di una versione aperta al pubblico dei “war games” del Pentagono, gli scenari computerizzati di simulazione di guerre in base al computo di variabili come risorse tecnologiche, preparazione militare, capacità di sviluppo, ecc.

I fattori che determinano gli eventi di questi scenari sono la geografia, la demografia, il profilo psicologico dei leader, mentre i fattori politici hanno un peso secondario. Nel suo libro Weinberger passa in rassegna le varie fasi di ipotetici conflitti degli USA contro la Korea del Nord e la Cina, l’Iran, il Messico, la Russia e persino il Giappone.

Per quanto riguarda lo studio psicologico dei leader, le osservazioni di Weinberger (e del Pentagono) non prendono in considerazione in che misura un leader sia capace di rappresentare il proprio paese ma si limitano a sciocchezze “molto perspicaci”, come quella riferita in merito a Hu Chi, presidente della Commissione militare centrale cinese: “Era in effetti quasi completamente impassibile mentre portava il cibo alla bocca. Hu mangiava sempre con la velocità di un piccolo cane che è costretto a divorare la sua carne davanti ad un cane più grosso”.

La trasformazione degli Stati Uniti in un bullo prepotente non si limita a quella che si vuole solitamente descrivere come la “destra repubblicana”, ma è parimenti condivisa da Al Gore, in particolare tramite il suo consigliere di sicurezza nazionale Leon Fuerth, per il quale il ruolo degli USA è quello di “gestire l’egemonia unipolare” e dare lezioni agli “stati canaglia”, come ha anche riconosciuto il New York Times alla fine di aprile.

Questo “unilateralismo anglo-americano” ha spiegato Helga Zepp-LaRouche costringe gli altri paesi del mondo ad odiare sempre di più gli Stati Uniti, tanto che è difficile trovare chi abbia ancora effettivamente fiducia negli Stati Uniti.

Ma in passato non era così, l’America è davvero stata il “tempio della libertà e il faro di speranza”, sotto Franklin Roosevelt e Kennedy, ed in precedenza sotto Abramo Lincoln e ancor prima all’epoca della Rivoluzione.


Lo svuotamento di una civiltà


Com’è avvenuta questa trasformazione degli USA da liberatori del mondo dal nazismo e promotori dello sviluppo economico a strumento di avventurieri “unipolari”?

Helga Zepp-LaRouche ripercorre le tappe di un’avvilimento della popolazione, che, dopo la prematura scomparsa di F.D. Roosevelt, ha visto i vittoriosi combattenti della seconda guerra mondiale, la generazione di suo marito Lyndon LaRouche, diventare, sotto un Truman asservito all’Inghilterra, delle persone scialbe e meschine, preoccupate solo del benessere immediato. Questa gente ha riversato la sua insipienza sui propri figli, la generazione dei “baby boomers”, i sessantottini, dando vita a rapporti generazionali all’insegna della miseria morale e della sconfitta, su cui è fiorita la controcultura del rock, sesso e droga sapientemente orchestrata da forze come la Scuola di Francoforte e l’Istituto Tavistock di Londra.

Helga Zepp-LaRouche ha inoltre ricostruito nei particolari come questa trasformazione abbia operato tra i quadri dirigenti delle imprese e i professionisti, con una burocratizzazione e una gerarchizzazione diffuse sempre più radicate che dovevano fungere da surrogato della capacità dei singoli di sentirsi responsabili per il bene comune. Questa malattia degli stereotipi accettati ha quindi colpito anche gli intellettuali ed i politici che non si riconoscevano più capaci di scoprire e affermare la verità e di combattere per essa. Tutti hanno tacitamente accettato di diventare un elemento della piramide burocratico-gerarchica, in cambio di gratificazioni personali, che a loro volta hanno sostituito la cultura dei valori con quella degli “status simbol”.

Questo svuotamento dell’anima, per quanto riguarda le responsabilità politiche e sociali, è diventato il fattore principale di una strategia di controllo politico-sociale nota non solo negli USA ma in tutto il mondo, quella della cosidetta “corruzione”. Quella corruzione è stata poi usata per cancellare intere classi politiche in Europa, minando l’idea stessa di stato nazionale, e per relegare il Presidente americano al ruolo di mera comparsa alla Casa Bianca dopo il caso Lewinsky.


Un manuale del controllo sociale


A tale proposito Helga Zepp-LaRouche ha citato l’opera di uno psichiatra tedesco famoso, Horst-Eberhard Richter, che nel suo libro “L’arte della corruzione” spiega perché la corruzione sia diventata uno strumento indispensabile della classe dominante.

Richter propone la riabilitazione della corruzione come metodo legittimo e spiega come lui addestri manager e politici nell’Ars Corrumpendi:

“Chi vuole governare deve corrompere. L’interazione dei corruttori e la disponibilità del corrotto sono ciò che creano e mantengono l’ordine. Giacché le élite effettive della società consistono soltanto di poche persone, un addestramento discreto, sotto forma di istruzione personale, in seminari ristretti, non rappresenta un problema”.

Richter spiega che gli idealisti che credono ai valori dell’amore e del rispetto costituiscono un’eccezione, pur rappresentando in ogni caso un pericolo. La maggior parte delle persone in carriera pratica “l’atletica del gomito”.

Alla base dell’addestramento impartito da Richter c’è la legittimazione pseudoscientifica dell’egocentrismo, che poggia sulla spiegazione secondo cui la coscienza sarebbe un costrutto artificiale.

“Gli obiettivi della nostra società – espansione, forza, maggior potere – richiedono dei tipi vittoriosi che incarnino questi obiettivi. Ma vince solo chi sconfigge gli altri, chi s’allarga respingendo gli altri, chi occupa il potere e lo aumenta tenendo sotto gli altri. Il mito della coscienza sarebbe, se a lui sacrificassimo ciò che abbiamo di meglio, la morte del progresso”.

“In passato le élite del potere sapevano esattamente come sbarazzarsi dei pericolosi ribelli che volevano cambiare il mondo sulla base della propria coscienza. Socrate dovette bere il veleno quando cercò di scuotere i dogmi pubblici e cercò di insegnare ai giovani un’etica della verità. Gesù Cristo fu inchiodato sulla croce perché insegnò l’agape e l’amore per l’umanità”.

“Gli argomenti della coscienza non hanno posto in politica perché comportano l’incapacità di agire. Al posto di un’etica della coscienza è meglio avere un’etica della responsabilità, dato che è una nozione ben più flessibile”. A tale proposito cita anche Max Weber: “Nessuna etica riesce ad aggirare il fatto che per giungere ad uno scopo buono in molti casi si deve ricorrere a mezzi moralmente dubbi o pericolosi”.

Questa è la morale con cui la gente è stata gradualmente corrotta, ma i veri corruttori sapevano bene quello che stavano facendo. Si prenda ad esempio Helmut Kohl. Pur avendo fatto cose importanti per il suo paese, una volta esploso lo scandalo sui fondi neri ha detto “ho preso quei soldi solo per il partito”, ma adesso è evidente che non è stato un bene né per il suo partito né tanto meno per il suo paese. L’istinto del pragmatismo politico lo ha portato dritto nella trappola.

Nel libro di Richter c’è un capitolo intitolato “Astuti e idioti” in cui si spiega che: “La tendenza molto radicata in Germania ad attenersi ai principi è un gran vantaggio perché ha determinato una situazione in cui è stato possibile meglio che in ogni altro paese tenere intellettuali critici e umanisti sensibili completamente al di fuori dei centri del potere dell’economia e della politica. Questa rimozione chirurgica della cosiddetta coscienza dalla politica non è un’invenzione tedesca ma …” e passa a riconoscere i meriti dell’illuminismo britannico, in particolare quelli di Mandeville (cfr. Solidarietà N. 1, 2000, pagg. 24-25). “Le università hanno adottato perfettamente questa nuova tendenza ad avere degli individui con un mondo interiore, in cui ciascuno può pensare quanto vuole all’innobilimento dell’anima, alla purificazione interna dell’armonia sociale, tenendoli ben separati dagli individui di potere”.

Nei suoi corsi Richter insegna che quelli orientati al mondo interiore hanno un patto con quelli orientati al potere: “Se non ficcate il naso nel nostro mondo interiore, nella sfera dell’economia e della politica potete fare quello che volete”. E quelli di rimando: “In cambio della disponibilità a rinunciare alla realizzazione dei vostri ideali nella realtà vi diamo una falsa libertà. Ci potete disprezzare, se volete, ma avete il diritto di sviluppare qualsiasi sensazione di immagine e somiglianza con Dio e avete persino il diritto di parlarne”. Impedire che il virus dell’idealismo possa uscire dalla prigione del mondo interiore è la principale delle preoccupazioni oligarchiche.

“Se però si presenta un pensatore originale che non si lascia comprare, non importa a qual prezzo o in cambio di quale onore, occorrerà ricorrere a quanto detto sopra. Nel nome delle norme accettate e degli standard politici, costui dev’essere eliminato dall’ambito del potere, respinto nel ghetto dell’intelletto, marcato a fuoco come un topo o uno scarafaggio”. Chi è al corrente della persecuzione giudiziaria e denigratoria di cui è stato vittima Lyndon LaRouche sa che queste parole non sono il delirio di uno psichiatra ma descrivono un programma applicato con eccesso di scrupolo.

Richter parla quindi del lavaggio del cervello che si effettua attraverso la televisione. “La televisione, usata nel modo giusto, è uno strumento meraviglioso per la corruzione intellettuale su cui le élite politiche non hanno bisogno di essere convinte. Corrisponde al desiderio inconscio di fare a meno di pensare”. Passa quindi a promuovere le risposte lampo perché “non importa qual è la domanda, una riposta lampo nasconde immediatamente la questione e impedisce la riflessione approfondita. L’uomo televisivo predilige l’attualità piuttosto che la storia. Il pubblico vede solo i processi di superficie e non l’evoluzione storica, e specialmente non vede nessun indirizzo nel futuro”. Richter giunge a definire questo modo di pensare “mordi e fuggi”, “una forma sintetica del morbo di Alzheimer”.

Come le idee di Richter riassumano un programma generale vigente è visibile nell’estrema passività raggiunta dagli americani di fronte alla realtà politica, tanto che solo il 30% degli elettori oggi si reca alle urne. La stessa apatia e callosità cerebrale è manifestata verso gli avvenimenti mondiali e specialmente verso le sofferenze patite da gran parte dell’umanità. L’ebetismo è tale per cui la gente crede che esita una “prosperità” in America, e per difendere questa sciocchezza continua a mentirsi vicendevolmente contro ogni evidenza.


Lo stillicidio della violenza


L’élite a cui fa riferimento Richter, convinta di potersi allargare secondo i folli scenari di Weinberger, può contare su una popolazione del tutto supina e lavata nel cervello.

Utilizzando alcune sequenze cinematografiche Helga Zepp-LaRouche ha ricostruito a grandi tratti lo sviluppo dei film dell’orrore dai primi anni Sessanta, gli strumenti con cui viene istillata la violenza gratuita nei giovani riducendo le loro capacità morali, emotive, intellettuali, e i cui effetti macroscopici furono già individuati dalle principali autorità mediche USA nel 1972.

Negli anni Novanta poi è stata la volta della violenza nelle scuole, in molti casi la polizia scopre nei computer dei ragazzi killer videogame che esaltano gli istinti violenti. Eric Harris, uno dei due ragazzi che il 30 aprile 1999 ha compiuto la strage nella scuola superiore di Columbine, aveva riprogrammato il gioco “Doom” con la riproduzione virtuale del suo ambiente scolastico. Il 29 aprile 2000, il New York Times si è sentito in dovere di commemorare l’anniversario di quell’avvenimento pubblicando un lungo articolo per difendere la cultura dei videogames e della violenza, dicendo che non c’entra niente con quell’episodio che ha scosso la nazione. La scuola di Columbine a Littleton nel Colorado era già salita alla ribalta dei media nel 1991 per i suoi “programmi di insegnamento sulla morte, violenza e sesso”.

La stessa cultura si diffonde tra le forze di polizia in mano alle élite di potere indicate, come quelle di New York sotto Rudolph Giuliani, che si addestrano ad uccidere con simili videogiochi ad hoc. Una di queste squadre è quella che il 4 febbraio 1999 ha crivellato con 41 colpi di pistola il povero immigrante africano disarmato Amaud Diallo.


Pokemon


Negli ultimi anni la promozione degli istinti violenti è entrata in una fase globalizzata con la diffusione del gioco Pokémon della Nintendo che è mirato ai giovanissimi in ogni parte del mondo e si diffonde con una rapidità tale da tradire interessi fortissimi non solo sul piano commerciale ma soprattutto su quello del controllo mentale di massa.

Pokemon, contrazione di Pocket Monsters, mostri tascabili, è un sistema articolato di videogiochi, figurine e film che costituiscono “un universo a sé”. Ha lo scopo di inculcare nella mente dei bambini, che diventano subito dipendenti, delle regole a cui essi poi si rifaranno nel mondo reale. La prima è quella di uccidere. Nelle parole di un ragazzino che gode di una decente educazione familiare, la maggior parte dei suoi compagni di scuola “non fa altro che star lì ad ammazzare tutto il giorno”. Inoltre, secondo le regole, bisogna ammazzare soprattutto i poveri, prima che quelli diventino briganti che ammazzano te. Nell’universo di Pokemon si ammazza in tanti modi, ad esempio c’è chi succhia via l’anima del nemico, chi spara palle di fuoco ecc. In sostanza le regole sono quelle di rendere la vita sociale del tutto meccanicistica, secondo le teorie cibernetiche di Norbert Wiener a loro volta ispirate da John Locke. In Pokemon non c’è il gusto della scoperta, dell’ipotesi, della creatività, e nemmeno un po’ di spazio per emozioni gentili: in un film si dice dell’eroina Sabrina: “Chi l’avrebbe mai pensato che una ragazzina così dolce come lei finisse per essere divorata da una tale sete di vendetta?”, evidentemente questo è il programma.

Certo, i mostriciattoli e le violenze di Pokemon non sono peggio di tutto ciò che è già sul mercato, ma la gravità di questo programma sta nell’effetto sui giovanissimi. L’ossessione che si diffonde tra i bambini è tale che a seguito del ripetersi di episodi in cui i ragazzi si rapinano le figurine l’un l’altro, coltello alla mano, e il prezzo delle figurine al “mercato nero” di Pokemon è arrivato alle 60 mila lire l’una, l’associazione inglese degli insegnanti sta prendendo misure per vietare il gioco.

Pokemon però è solo la punta dell’iceberg di una cultura che incolla i bambini davanti al televisore. I programmi televisivi impiegano composizione delle immagini, sequenze, frequenze e colori appositamente calibrati per causare la totale dipendenza. Quando andrà a scuola ovviamente il bambino non capisce molto di quello che l’insegnante dice, cerca inutilmente di “cambiare canale”, diventa esagitato, e di conseguenza viene imbottito di psicofarmaci – Ritalin, Luvox, Prozac, ecc. affinché non crei problemi. A questo trattamento vengono sottoposti bambini e ragazzi americani – un minimo di tre milioni ma più probabilmente il doppio – e non vengono risparmiati neanche i bambini tra i due ed i cinque anni. In molti casi, bambini, come pure adulti che hanno compiuto stragi, risultano essere stati sottoposti a tali psicofarmaci.

Un rapporto dell’Unesco del 1998 sostiene che la cultura internazionale della violenza è alimentata dalla violenza diffusa dai massmedia, in particolare quelli americani.

Nel marzo 1998, dopo che due ragazzi di 11 e 13 anni avevano sparato all’impazzata nel cortile della scuola di Jamesboro, in Arkansas, uccidendo 15 persone, una insegnante ha riferito di essere entrata in una classe della adiacente scuola superiore, preoccupata di spiegare ai ragazzi l’accaduto ma è stata accolta da risate, scherni e hurrà per i killer. Un’analoga reazione si è verificata alla scuola superiore di Columbine dopo l’eccidio del 30 marzo 1999, secondo le testimonianze dirette raccolte dall’esperto col. David Grossmann intervistato dalla rivista EIR. Insieme a Gloria DeGaetano Grossman è autore del libro “Stop Teaching Our Kids to Kill: Call To Action Against TV, Movie & Video Game Violence”.


La commissione d’inchiesta sulla nuova violenza




L’8 aprile 1999, su iniziativa di Lyndon LaRouche, è stata costituita una commissione d’inchiesta sulla nuova violenza. Vi hanno aderito varie personalità riunitesi in diverse città contemporaneamente – New York, Los Angeles, Detroit, Washington – e collegate via Internet. Lo scopo è di studiare le cause delle nuove forme di violenza che colpiscono soprattutto gli USA ma anche l’Europa.

Le aree di indagine sono: l’aumento degli episodi di violenza gratuita da parte delle forze di polizia, studiato in rapporto ai problemi crescenti affrontati dalle forze dell’ordine; il quadro delle leggi vigenti e il suo possibile miglioramento, in particolare per regolamentare il settore multimediale ed in specifico quello dei videogame; il quadro medico, con una particolare critica rivolta alle teorie che vogliono vedere radici razziali al fondo del comportamento violento e all’abuso di psicofarmaci somministrati a ben 6 milioni di bambini americani, in particolare il Retalin; il quadro culturale: la “nuova violenza” viene inculcata attraverso videogames (ad esempio Pokemon), droga, film, musica e Internet.

LaRouche ha sottolineato due fattori: l’estraniazione dei bambini dai genitori, dovuta ad un’istruzione eccessivamente carente e al problema dei genitori costretti entrambi a lavorare, spesso più di otto ore al giorno. A ciò si aggiungono abitazioni e edifici scolastici ridotti in condizioni pietose. “In questa situazione, qualcuno introduce la violenza, come quei videogames della Nintendo ispirati alla tradizione dei Samurai, che insegnano ai bambini ad uccidere”. Lo stesso fenomeno poi si riscontra nelle scuole di polizia, dove “si insegna a sparare ed uccidere, secondo tattiche militari, anche lì con videogames alla Nintendo”.

LaRouche ha aggiunto: “Se non ripristiniamo dei rapporti decenti tra genitori e figli si rischia di non avere una prossima generazione”.




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