Il 26 maggio, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (foto) ha aperto la sessione speciale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con il tema: “Difendere gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e rafforzare il sistema internazionale centrato sull’ONU”.
Non vi è dubbio che tali principi e le stesse fondamenta del diritto internazionale non siano mai stati violati in modo così sfacciato come oggi. Due giorni dopo, il 28 maggio a New York, Wang Yi era atteso alla riunione del Gruppo degli Amici della Governance Globale, la coalizione di quarantatré paesi, prevalentemente del Sud Globale, lanciata alle Nazioni Unite lo scorso dicembre per promuovere l’Iniziativa per la Governance Globale del presidente cinese Xi Jinping.
Alla luce di queste iniziative, lo Schiller Institute (SI) e forze alleate hanno diffuso a livello internazionale una lettera aperta intitolata “Ai governi delle Nazioni Unite: una politica per portare pace e sviluppo nell’Asia sud-occidentale”, circolata anche presso il quartier generale dell’ONU a New York. Tale proposta riflette, in parte, i risultati delle deliberazioni della tavola rotonda dell’EIR del 15 maggio sulla guerra contro l’Iran e sulla disintegrazione controllata dell’economia mondiale. Essa comprende il piano in quattro punti per la pace presentato durante quella tavola rotonda dall’ex primo ministro della Turchia Ahmet Davutoğlu, combinato con il “Piano Oasi” allargato proposto da Helga Zepp-LaRouche, presidente dello SI, per invertire la desertificazione dell’Asia sud-occidentale e garantire lo sviluppo economico integrato di tutti i paesi della regione come unica base per una pace duratura.
Che il mondo abbia urgente bisogno di una nuova architettura di sicurezza e sviluppo è innegabile. Mentre i leader europei e la NATO sostengono in Ucraina un regime ormai arroccato verso provocazioni sempre più rischiose contro la Russia, rifiutandosi al contempo di negoziare, il Cremlino ha lanciato un’escalation prolungata contro l’Ucraina che potrebbe sfuggire al controllo.
Per quanto riguarda l’Iran, i negoziati si stanno avviando verso un prolungamento del cessate il fuoco, sebbene l’amministrazione Trump abbia nuovamente lanciato alcuni attacchi aerei il 25 maggio, sostenendo che fossero compiuti per “autodifesa”. Gli sforzi diplomatici proseguono senza sosta, coinvolgendo diversi paesi della regione, così come il Pakistan, che ha assunto un importante ruolo di mediatore tra Washington e Teheran. Fonti vicine ai negoziati sottolineano inoltre il ruolo unico della Cina, dove il primo ministro pakistano ha appena trascorso diversi giorni.
I principali punti in discussione riguardano la riapertura dello Stretto di Hormuz e lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero, con un possibile rinvio della controversia sul programma nucleare iraniano. Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu, ormai fuori controllo, rimane fermamente contrario a qualsiasi cessate il fuoco con il Libano, che invece l’Iran, d’accordo in questo con Washington, sostiene debba essere incluso. E Israele, come sappiamo, esercita ancora una notevole influenza negli Stati Uniti, anche se questa è stata significativamente erosa dall’inizio delle uccisioni di massa dei palestinesi a Gaza.
Allo stato attuale, gli Stati Uniti e Israele non hanno ottenuto nulla di sostanziale dalla guerra di aggressione illegale lanciata il 28 febbraio. Quanto a Donald Trump, ha bisogno di trovare un modo per dichiarare vittoria e porre rapidamente fine al conflitto, se non altro per la propria sopravvivenza politica e quella dei suoi alleati.