La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran è vista dai leader cinesi come minaccia diretta ed esistenziale alla Cina per una serie di ragioni, delle quali il petrolio non è la principale. Sebbene il 43% delle importazioni petrolifere del Paese provenga effettivamente dalla regione del Golfo, ora tagliata fuori dalla chiusura dello Stretto di Ormuz, Pechino aveva previsto il problema e ha aumentato di conseguenza le proprie riserve strategiche. Ciò ha fatto infuriare uno dei “cervelli” dietro l’azione bellica del presidente Trump, il segretario al Tesoro Scott Bessent (foto), che accusa la Cina di “inaffidabilità”: “La Cina si è dimostrata un partner globale inaffidabile per tre volte negli ultimi cinque anni”, ha affermato, “una volta durante il Covid, quando ha accumulato scorte di prodotti sanitari, la seconda volta per quanto riguarda le terre rare” (riferendosi ai controlli sulle esportazioni imposti da Pechino in risposta a quelli di Washington). E ora, “ha continuato ad acquistare [petrolio], ha accumulato scorte e ha interrotto le esportazioni di molti prodotti”.
Conoscendo Bessent, dichiarare il falso è il suo mestiere. Le riserve strategiche di petrolio della Cina non sono più grandi di quelle degli Stati Uniti (nonostante oltre il quadruplo della popolazione). In tempi normali, sono stimate in circa 350-400 miliardi di barili per entrambi, ma gli USA hanno una capacità di stoccaggio maggiore. Ora, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti sta minacciando di sanzioni i paesi che continuano ad acquistare petrolio iraniano.
Le sue minacce, tuttavia, non sono una reazione: la Cina era l’obiettivo della guerra fin dall’inizio, come delineato nella Strategia di Sicurezza 2026 del Pentagono. In questo documento la Cina è presentata come una minaccia all’egemonia globale degli Stati Uniti, che a sua volta è in declino perché si basa esclusivamente sulla potenza militare e sul ruolo del dollaro come valuta di riserva. La favola narrata dal governo statunitense è che la Cina e i paesi BRICS vogliano sostituire il dollaro (“de-dollarizzazione”). Ma l’uso dello yuan, legato al commercio fisico ed è perciò in incremento inarrestabile, è aumentato a causa della strumentalizzazione del dollaro da parte di Washington (compreso il sequestro dei beni russi).
La Strategia di Difesa Nazionale 2026 del Pentagono, pur invocando la deterrenza della Cina “attraverso la forza e non il confronto”, sostiene che “la sicurezza, la libertà e la prosperità del popolo americano sono […] direttamente legate alla nostra capacità di commerciare e di agire da una posizione di forza nell’Indo-Pacifico. Se la Cina – o chiunque altro, del resto – dovesse dominare questa vasta e cruciale regione, sarebbe in grado di porre di fatto un veto all’accesso degli americani al centro di gravità economico mondiale, con implicazioni durature per le prospettive economiche della nostra nazione”.
L’attacco all’Iran, sebbene in parte guidato dalle ambizioni di Israele di conquistare l’egemonia regionale, mira a ostacolare la politica cinese della Belt and Road. L’Iran si trova al crocevia tra Asia centrale, Asia meridionale e Medio Oriente, collegando la Cina con la Turchia e l’Europa. Ciò rende l’Iran un nodo di transito per le rotte ferroviarie, stradali e dei gasdotti, collegando sia la cintura terrestre che le rotte marittime.