La Russia lancia un’offensiva diplomatica all’ONU a complemento dei “fatti sul terreno” in Siria

L’intenso dispiegamento militare russo in Siria ha posto il Presidente Obama di fronte al fatto compiuto, prevenendo i suoi piani di alleanza con la Turchia e l’Arabia Saudita per creare una zona di interdizione aerea nel nord della Siria, mirante a rovesciare il governo Assad e creare un enclave salafita sulle coste orientali del Mediterraneo.

Questo piano per il momento è stato sventato, grazie alle azioni audaci e tempistiche del Presidente Putin per fare della lotta contro l’ISIS e gli altri jihadisti la priorità numero uno. Oltre al dispiegamento di almeno due squadroni di Mig nella zona di di Laodicea (Latakia), nel porto di Tartus sono al lavoro gli ingegneri per espanderlo in modo da poter accogliere le navi da guerra e le navi cisterna russe. Putin ha messo fine anche al dominio di Israele nello spazio aereo siriano, dicendo chiaramente al Premier Netanyahu il 21 settembre che la Russia non consentirà agli aerei di Gerusalemme di attaccare liberamente i convogli degli Hezbollah nel territorio siriano.

Il fatto che i principali alleati degli Stati Uniti in Europa, in particolare Germania, Francia e perfino la Gran Bretagna, abbiano espresso il loro sostegno alla cooperazione con la Russia nella lotta al terrorismo ed al traffico di clandestini, aumenta le pressioni sulla Casa Bianca. Il Presidente turco Erdogan, dopo aver visitato Mosca il 23 settembre, ha ribaltato la propria posizione, unendosi ai paesi dell’UE nel riconoscere che il Presidente Assad potrebbe avere un ruolo da svolgere nel periodo di transizione, per quanto non a lungo termine.

Alla fine, il Presidente Obama è stato costretto a consentire al suo ministro della Difesa Ashton Carter di stabilire un canale di contatto tra militari con la controparte russa. Un certo livello di contatto “per ridurre il conflitto” è stato stabilito sul terreno, per quanto non ufficialmente, e gli ambienti militari più ragionevoli negli Stati Uniti spingono per la condivisione dell’intelligence tra russi e americani ed eventualmente anche per operazioni coordinate contro lo Stato Islamico ed altri jihadisti.

Le rivelazioni sul fallimento totale del programma del Pentagono per addestrare i ribelli siriani cosiddetti “moderati” per combattere l’ISIS rendono ancor più urgente l’appello russo per una coalizione. Dopo che 70 combattenti addestrati dagli Stati Uniti si erano uniti ai 4 (!) uomini rimasti sul campo, la scorsa settimana il portavoce del Pentagono Jeff Davis ha dovuto ammettere che quei combattenti erano stati attaccati dalle forze di al-Nuṣra, ed avevano dovuto cedere le proprie armi per evitare di essere catturati e uccisi.

Le mosse del Cremlino catapultano la crisi in Siria in cima all’agenda dell’Assemblea Generale dell’ONU e delle numerose discussioni ad alto livello ai suoi margini, inclusa quella tra il Presidente Putin e Obama. I leader occidentali cercano finalmente di includere Teheran negli sforzi di stabilizzazione a lungo termine, cosa che il Presidente iraniano Rohani ha accolto positivamente all’ONU.