Mentre da anni, e in modo crescente negli ultimi mesi, la popolazione americana è bombardata da notizie di nuove guerre e conflitti, dal genocidio a Gaza, che il governo USA ha tollerato e sostenuto, alla minaccia di Donald Trump di “distruggere una civiltà” nella guerra contro l’Iran, il successo della missione compiuta dai quattro astronauti di Artemis II, che per la prima volta dal 1972 si sono trovati faccia a faccia con la superficie lunare, ha riacceso una scintilla di ottimismo sul futuro del Paese.
Benché la missione Artemis abbia avuto un’origine “geopolitica”, ovvero come tentativo di riportare gli americani sulla Luna prima che lo faccia la Cina, la natura dell’esplorazione spaziale – e degli esploratori spaziali – trascende la mentalità limitata ed egoistica della volontà di dominio. Va sottolineato che questo è un ritorno in grande della mano pubblica, dopo decenni di missioni spaziali affidate ai privati.
Poiché gli Stati Uniti non compivano un’impresa del genere da oltre 50 anni, per la grande maggioranza della popolazione è stata la prima esperienza di assistere a una missione cis-lunare. Milioni di persone hanno seguito l’ammaraggio della capsula degli astronauti nell’Oceano Pacifico, dopo dieci giorni nello spazio e un viaggio di 250.000 miglia dalla Terra, il punto più lontano mai raggiunto dall’uomo. In tutto il Paese sono state organizzate visioni pubbliche per seguire sul grande schermo il ritorno. L’intera missione è stata trasmessa anche online sul canale della NASA, compresi i continui resoconti degli astronauti, tranne quando la capsula si trovava sul lato nascosto della Luna ed è rimasta per circa 40 minuti senza comunicazione con la Terra. Gli astronauti riferivano ciò che vedevano e facevano, cercando di identificare i luoghi che stavano sorvolando, a volte con l’aiuto di una intera squadra scientifica al Controllo Missione che incrociava le loro osservazioni con i propri dati.
Ci sono stati anche alcuni minuti di tensione mentre gli astronauti rientravano nell’atmosfera terrestre, raggiungendo i 40.000 km/h. La navicella Orion è dotata di un nuovo scudo termico per proteggersi dall’enorme calore generato durante il rientro, che a un certo punto ha raggiunto quasi i 2700 gradi Celsius. A parte qualche “piccolo intoppo”, la missione è stata un successo. Appena un paio di giorni dopo il ritorno, tutti e quattro gli astronauti hanno potuto parlare, molto commossi, con i lavoratori del Johnson Space Center.
L’astronauta Christina Koch, riflettendo sulle sue sensazioni nel vedere la Terra dall’orbita lunare, ha detto che la Terra appariva come “una scialuppa di salvataggio sospesa nell’universo”. Il canadese Jeremy Hansen ha concluso il suo breve intervento chiedendo agli altri compagni di viaggio di avvicinarsi a lui per i commenti finali. Dopo un abbraccio di gruppo, Hansen ha detto: “Quello che avete visto era un gruppo di persone che amavano dare il proprio contributo, apportare qualcosa di significativo e trarne gioia. E da quanto abbiamo sentito, per voi è stato qualcosa di speciale a cui assistere. E il motivo per cui li ho fatti avvicinare è perché vorrei suggerirvi che quando guardate, non state guardando noi. Noi siamo uno specchio che riflette voi. E se vi piace ciò che vedete, guardate solo un po’ più in profondità: questo siete voi”.
Anche se ci saranno senza dubbio molte spavalderie da parte di Donald Trump e di altri su come questa missione sia una “vittoria” per l’amministrazione sotto assedio, la vera natura di questo successo pone ancora una volta la NASA al centro di ciò che l’America dovrebbe contribuire al mondo, in termini di scoperte scientifiche e tecnologiche condivise per il progresso di tutta l’umanità.