Come il 2007, anzi peggio…

I mercati azionari globali hanno distrutto 3,2 mila miliardi di dollari nei primi dieci giorni del 2016, quasi quanto l’intero PIL della Germania. Mentre prepariamo questo articolo per la pubblicazione, la frana delle borse continua. Come Lyndon LaRouche aveva previsto molto prima dello scoppio della bolla nel 2007, quando questa dinamica si mostrò per la prima volta, è in corso un “effetto leva al contrario”.

Infatti, quando è iniziato lo scoppio dell’ultima bolla, quella delle commodity, Wall Street e la City di Londra hanno iniziato a scommettere al ribasso, cercando di estrarre l’ultima goccia di sangue dall’organismo morente. Come ha riferito la Reuters il 15 gennaio, le vendite allo scoperto dei titoli energetici (si vendono prima di acquistarli, nella speranza di ricomprarli a prezzi inferiori) a dicembre ha toccato livelli non più visti da oltre dieci anni.

La direttiva europea sul bail-in (BRRD) ha peggiorato le cose, perché i risparmiatori e gli investitori istituzionali corrono a liberarsi di azioni e obbligazioni nel timore di essere espropriati in caso di insolvenza della banca. Confermando ciò che lo Strategic Alert dell’Executive Intelligence Review ha scritto, i dati messi assieme dall’analista Mike Shedlock mostrano che grandi quantità di capitali (depositi) in fuga dall’Europa meridionale, specialmente l’Italia, si sono diretti verso le banche tedesche, lussemburghesi e olandesi. I nuovi depositi vengono poi parcheggiati presso la Banca Centrale Europea, nonostante i tassi negativi (-0,3%) offerti dalla BCE.

Shedlock spiega che ciò che spinge la vasta e crescente fuga di capitali è “la paura dei bail-in, degli espropri, dei controlli sui capitali e dei fallimenti bancari come quelli che abbiamo visto in Grecia e a Cipro. Tra gli esempi recenti ci sono quelli in Portogallo e Italia” (vedi)

Intanto, i depositi parcheggiati presso la BCE sono saliti dai 36,6 miliardi del gennaio 2015 ai 196 miliardi del dicembre scorso. Nella tabella degli squilibri Target2 della BCE spiccano la Spagna (“peggior passivo dal 2012”), la Francia (“peggior passivo dal 2011”) e l’Italia (“peggior passivo di sempre”). Tra i “vincitori” abbiamo la Germania (“migliore attivo dal 2012”), l’Olanda (“migliore attivo dal settembre 2015”) e il Lussemburgo, paradiso fiscale di Juncker (“migliore attivo di sempre”).

Se l’inquilino di Palazzo Chigi vuole prendersela sul serio col Presidente della Commissione UE, lo sfidi su questa roba.

Le banche più colpite da questa situazione sono Monte dei Paschi di Siena e Cassa di Risparmio di Genova, che vengono viste come probabili candidati al bail-in. Nei primi dieci giorni dell’anno, MPS ha perso quasi un terzo del capitale azionario. I bond annuali dell’istituto senese oggi offrirebbero una rendita del 18% – se trovassero mercato. MPS e Carige si trovano ora a fronteggiare una crisi che può essere affrontata solo in due modi nell’UE: una onerosa ricapitalizzazione o la “risoluzione”, cioè l’applicazione della direttiva BRRD. La prima opzione si presenta molto difficile: attualmente non c’è mercato per titoli delle due banche. Quindi si profila lo spettro del bail-in bail-out. E poiché l’UE non permetterà al governo italiano di sforare il deficit, Roma dovrà ricorrere all’EMS, cioè alla Troika.

Oltre a MPS e Carige anche Popolare di Vicenza e Veneto Banca devono aumentare il capitale nei prossimi mesi per obbedire agli standard stabiliti dalla BCE, e anche per loro la strada è in salita.

Intravedendo il disastro, economisti mainstream come Luigi Zingales (Università di Chicago) e meno mainstream ma comunque autorevoli come Paolo Savona hanno sollecitato il governo italiano a chiedere una sospensione del regime di bail-in, in modo simile a come altri paesi chiedono, ottengono o applicano unilateralmente la sospensione di altre regole dell’UE, come ad esempio gli accordi di Schengen. Ottima proposta, ma da sola non fermerà il collasso finanziario. La soluzione è la separazione bancaria secondo il modello Glass-Steagall.