Per un nuovo trattato di Westfalia

Rivolgendosi a studiosi, politici e funzionari di governo di diversi paesi europei, asiatici, africani ed americani, nel corso di un incontro tenutosi a Berlino il 12 gennaio 2005, l’economista e statista americano Lyndon LaRouche ha lanciato un appello affinché si raggiunga un nuovo accordo internazionale, un nuovo Trattato di Westfalia (vedi sotto).

Nel discorso di apertura di un seminario di due giorni indetto dall’EIR per discutere i problemi strategici dell’Eurasia, LaRouche ha denunciato il rischio di una nuova epoca buia che incombe sull’intero pianeta, un rischio che può essere scampato soltanto se i governi convergono su di una serie di accordi strategici fondati sulla necessità di cooperazione per sottrarre il mondo dalla povertà crescente. A conclusione di tale discorso, LaRouche ha lanciato il seguente appello:

“Ritengo quindi che per affrontare questa crisi, di fronte al fatto che il sistema sta crollando, occorre rifarsi al Sistema Americano di Economia Politica, o ricostituire un sistema che, come quello di Bretton Woods, si fondi sui cambi fissi. Occorre però anche riconoscere, in queste circostanze, che siamo giunti al punto in cui se non si concorda una gestione comune delle risorse naturali, non sarà possibile soddisfare i bisogni e le aspirazioni dei popoli della terra, presi nel loro insieme.

“Occorre inoltre riconoscere che siamo giunti ad una condizione limite. La mancanza di sviluppo sta soffocando il pianeta: mentre la popolazione cresce manca il necessario sviluppo economico … La Russia è un elemento centrale nella partnership asiatica, con l’India e la Cina, ed è inoltre un partner dell’Europa occidentale in questa prospettiva.

“Non c’è così un interesse comune che presenta più aspetti? Non occorre che l’Europa occidentale, e in particolare la Germania, torni ad essere una grande esportatrice di alta tecnologia? L’Asia ha infatti bisogno di questa tecnologia. Come mai l’Europa si trova a fare concorrenza, per riprendersi dei mercati in Asia? Non è un’aberrazione? Non sarebbe più opportuno che l’Europa, così come dovrebbero fare gli Stati Uniti, si assuma la responsabilità di sviluppare la propria popolazione, la propria capacità produttiva, in modo da essere in grado di operare alle frontiere dell’innovazione tecnologica, per fornire alle altre popolazioni, nel resto del mondo, quelle tecnologie che sono più necessarie?

“Occorre dunque pensare in maniera costruttiva, in una divisione del lavoro reciprocamente vantaggiosa, piuttosto che pensare in maniera competitiva. È opportuno che si riconosca come contribuendo in primo luogo al bene comune, al benessere universale — così come fu sancito per la prima volta nel Trattato di Westfalia — si riuscirà a scoprire per noi stessi dei vantaggi di gran lunga migliori di quelli che si possono ottenere dalla competizione, combattendoci per sottrarci l’un l’altro i mercati mondiali già esistenti.

“Occorre imparare a cooperare.

“Questo implica naturalmente cambiare il modo in cui si considera l’individuo nella società, e questo significa sotterrare quello che chiamano ‘ambientalismo’…

“Nel valutare l’importanza delle cose occorre partire da ciò che consideriamo un bene per il pianeta, dal punto di vista dello scienziato che è impegnato a sviluppare i mezzi per risolvere un qualche problema che affligge l’intera società. Se siamo disposti a sbarazzarci di questo folle culto dell’ecologia, per tornare all’impostazione migliore che ha caratterizzato l’Europa in passato, come centro propulsore del progresso scientifico e tecnologico, sarà allora possibile educare la popolazione in tal senso, e dunque sarà possibile creare le nuove industrie di cui c’è bisogno.

“Ciò di cui c’è bisogno, nella situazione che si è venuta oggi a determinare, è una serie di trattati tra le nazioni, estesi per archi che vanno dai 25 ai 50 anni, miranti alla formazione del capitale. E per creare questo capitale occorre emettere crediti a lungo termine, con l’aiuto dei governi, da estendere alle imprese ed alle attività capaci di produrre i beni capitali occorrenti. Si tratta di credito che deve avere bassi tassi d’interesse e in un sistema a cambi fissi, perché altrimenti non funziona. In un sistema a tassi fluttuanti non possono essere stipulati i contratti a lungo termine, nella sede dei trattati in questione. Occorrono trattati, da stato a stato, o tra più stati, della durata di 25-50 anni, come cornice in cui collocare tutta una serie di altri accordi e contratti per i diversi progetti.

“Questi trattati assumeranno pertanto una funzione analoga a quella della grande banca: provvederanno all’emissione del credito che si stimerà necessario agli scopi che si vorranno raggiungere, distribuendolo tra le diverse imprese a seconda delle circostanze, in maniera mirata a raggiungere lo scopo che è stato deciso alla firma del trattato”.

La lezione del trattato di Westfalia del 1648

Da qualche tempo Lyndon LaRouche lancia appelli affinché le nazioni, soprattutto gli USA e l’Europa, riprendano la filosofia di fondo del Trattato di Wesfalia del 1648 per risolvere positivamente l’estenuante conflitto mediorientale e affrontare allo stesso modo gli altri focolai di crisi in Africa, in Asia centrale e altrove.

Questo significa trovare un minimo comun denominatore tra i belligeranti dal più alto punto di vista ecumenico, partendo da principi universali comuni. Da un punto di vista concreto ciò significa identificare gli interessi comuni fondamentali da soddisfare, che in primo luogo riflettono il bisogno di sviluppo economico delle popolazioni coinvolte. All’epoca degli accordi di Oslo, nel 1993, Lyndon LaRouche sottolineò che se i vasti progetti infrastrutturali prescritti negli allegati di tali accordi non fossero stati realizzati con la massima urgenza, il progetto di pace sarebbe necessariamente fallito.

La guerra dei trent’anni

Nel periodo che va dal 1511 al 1648 l’Europa fu dissanguata dai conflitti di religione. La fase più micidiale di questi conflitti, tra contendenti nominalmente protestanti e cattolici, fu la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale si combatterono, nel cuore dell’Europa, la Francia, il Sacro Romano Impero, la Svezia, la Danimarca, la Spagna e altri stati, in fasi alterne talvolta decisamente complesse. Si calcola che in Germania quella guerra abbia provocato crolli demografici che vanno dal 30% al 70%. Complessivamente la popolazione tedesca scese da 21 milioni a soli 13 milioni.

La nostra penisola, benché coinvolta solo parzialmente e limitatamente nel conflitto, subì comunque conseguenze micidiali nel Nordest, soprattutto nel milanese, che fu spazzato dalla grande peste provocata da quella guerra, come racconta Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi” e in altri scritti.

Il Trattato di Westfalia

Come nel Medio Oriente di oggi, quei conflitti di religione furono pilotati da forze oligarchiche che non miravano ad ottenere la vittoria dell’uno o dell’altro campo, ma a fare terra bruciata per eliminare dall’Europa il concetto di stato nazionale sovrano che era nato e si era andato affermando dal Rinascimento.

Pur stremati e devastati, i paesi europei riuscirono allora a riemergere dall’interminabile conflitto salvaguardando l’essenza della sovranità degli stati nazionali. L’accordo di pace sottoscritto a Westfalia rappresenta la base del diritto internazionale che è rimasta in vigore sin da allora, anche se oggi è rimessa in discussione dai soliti noti, che mettono avanti come scusa le esigenze della guerra al terrorismo.

A pagina 6 del numero di giugno, Solidarietà ha riportato una serie di prese di posizione contro il Trattato di Westfalia fatte da personaggi che meritano di essere considerati gli alfieri dell’Impero: Tony Blair, Henry Kissinger, George Shultz, Otto von Lambsdorf e Toni Negri. [https://www.movisol.org/ulse054.htm].

I princìpi

Il primo articolo del Trattato di Westfalia inizia così: “Una pace cristiana, generale e permanente, governi tra [sacro romano impero e la Francia] … , come pure tra tutti e ciascun alleato e seguace della menzionata Maestà Imperiale, la Casa d’Austria … e successori … E questa Pace sia così onesta e seriamente protetta e alimentata che ciascuna parte alimenti il vantaggio, l’onore e il beneficio dell’altro … Un fiducioso rapporto di vicinanza sia rinnovato e fiorisca per la pace e l’amicizia e torni di nuovo a fiorire”.

In altre parole, la pace tra le nazioni sovrane esige che ciascuna di esse si sviluppi appieno considerando come proprio interesse lo sviluppo degli altri e viceversa.

Il secondo articolo afferma: “Da ogni parte tutto dev’essere dimenticato e perdonato per sempre – ciò che ha dato origine al disordine ed all’ostilità, non importa come e dove, da una parte o dall’altra – di modo ché né per tale motivo, né per qualsiasi altra ragione o pretesto, nessuno possa compiere o consentire qualsiasi ostilità, inimicizia, difficoltà o ostacolo nei confronti delle persone, il loro stato, beni, o la loro stessa sicurezza, o attraverso altri, segretamente o apertamente, direttamente o indirettamente, sotto pretesto dell’autorità della legge, o con la violenza entro il regno, oppure ovunque al di fuori di esso, e qualsiasi trattato precedente che è in contraddizione non può valere contro di questo.

“Invece, [il fatto che] ciascuno ed ognuno, da una parte e dell’altra, sia prima che durante la guerra, abbia commesso ingiurie, azioni violente, ostilità, danni e ferite, senza riguardo alle persone o agli esiti, dev’essere posto completamente da parte, di modo che tutto ciò che uno potrebbe esigere da un altro a tale cagione, sarà dimenticato per l’eternità”. [tradotto dall’inglese e non dall’originale – NdR].

Le parole e i fatti

Il cinismo che domina oggi la politica considera tali affermazioni nient’altro che delle pie intenzioni. Oggi ci si accontenta di considerare quello storico trattato come un episodio di pragmatismo laicista, in cui politica e religione vengono separate tra loro. Si rinuncia cioè a cogliere l’elemento eroico della salvaguardia del concetto di sovranità.

In un articolo pubblicato dalla rivista EIR, Pierre Beaudry spiega invece come alle fondamenta del trattato vi sia il nuovo corso deciso dal cardinale Mazarino, subentrato nel 1642 all’incarico ministro capo di Francia. Mazarino impostò una politica economica protezionistica e di dirigismo del credito pubblico a realizzare la quale chiamò il grande economista Jean-Baptiste Colbert. La politica dirigistica del Colbert allora si contrappose al modello liberistico che si andava affermando per mano delle oligarchie mercantili anglo-olandesi.

Il “beneficio dell’altro”, elemento cardine della nuova impostazione di Mazarino, va inteso come creazione di opportunità economiche a cui stati diversi sono comunemente interessati, a prescindere da divergenze culturali e politiche.

Per arrivare al Trattato del 1648, il Mazarino si occupò ad esempio di raccogliere informazioni di prima mano sulle vie commerciali dell’Europa centrale, soprattutto quelle fluviali dell’area tedesca, mettendo a punto diversi piani per ampliare il commercio Nord-Sud, in particolare attraverso l’arteria renana bloccata dagli interessi particolaristici della nobiltà locale. (Fin da Carlomagno quest’arteria è stata di cruciale importanza nello sviluppo economico dell’Europa continentale).

Già ai negoziati di Munster del 1642 Mazarino fece mettere per iscritto ai suoi emissari: “Da oggi in poi, lungo le due rive del Reno e nelle province adiacenti, il commercio ed il trasporto dei beni dev’essere libero di transitare per tutti gli abitanti, e sul Reno non sarà più permesso di imporre nessun nuovo dazio, tassa o esazione di sorta”.

Contemporaneamente il cardinale avviò la costruzione di importanti canali sul territorio tedesco e prese altre misure per potenziare le città meglio situate per esercitare il commercio sulle vie di navigazione interna. Questa vasta opera di infrastrutturazione economica e commerciale si protese fino al Danubio, tanto che allora Colbert considerò già la realizzazione di un canale per collegare il Reno-Meno al Danubio, per aprire allo sviluppo l’intera regione balcanica.

Fu così che molti Principi elettori tedeschi ed altre forze politiche capirono concretamente il concetto del “vantaggio dell’altro”, riconsiderarono la propria fedeltà all’Imperatore e resero possibile il tanto desiderato accordo di pace. Non lo fecero per motivi tattici, politici o religiosi, ma perché si era aperta un’opportunità unica di sviluppo e quindi di sopravvivenza.