Cheney e le torture: non cominciò ad Abu Ghraib

10 novembre 2005 – In un raro momento di onestà, il Washington Post ha dedicato il primo commento dell’edizione del 26 ottobre al vice presidente Dick Cheney. Sotto il titolo: “Vice President for Torture” si legge che “Il vice presidente Cheney persegue aggressivamente un’iniziativa che forse non ha precedenti per un politico eletto nell’esecutivo: propone che il Congresso legalizzi l’abuso dei diritti umani da parte degli americani. Il trattamento ‘crudele, disumano e degradante’ dei prigionieri è bandito da un trattato internazionale negoziato dall’Amministrazione Reagan e ratificato dagli Stati Uniti. Ogni anno il dipartimento di Stato rilascia un rapporto che critica quei governi che lo violano. Adesso Mr. Cheney chiede al Congresso di approvare una formula legale che consenta alla CIA di perpetrare tali abusi contro prigionieri stranieri che detiene all’estero. In altre parole, il vice presidente è diventato un aperto fautore della tortura”.
L’articolo aggiunge che “il vice presidente è stato il primo mobile dietro la decisione dell’amministrazione Bush di violare le convenzioni di Ginevra e la Convenzione dell’ONU Contro la Tortura e di rompere con la condotta tenuta in passato dai militari USA. Queste decisioni al vertice hanno condotto a centinaia di casi documentati di abuso, tortura ed omicidio in Iraq e Afghanistan. Il consigliere legale di Mr. Cheney, David S. Addington, è, a quanto si dice, uno dei principali autori dei promemoria giuridici che giustificano la tortura di persone sospette”.
Il commento riferisce inoltre come Cheney abbia minacciato il veto del presidente contro la legge per il bilancio militare se il Congresso vi apporta un emendamento di condanna della tortura. Ma l’emendamento in questione, presentato dal senatore repubblicano John McCain, è stato approvato da Senato, con 91 voti contro 9: una maggioranza bipartitica schiacciante che non può essere soggetta al veto presidenziale. “Ma ora Mr. Cheney cerca di persuadere i membri di una commissione del Senato ad approvare una formula che non soltanto dichiari nullo l’emendamento di McCain, ma formalmente sancisca come strumento legittimo della politica USA il ricorso ad un trattamento crudele, disumano e degradante. Il precedente voto del Senato lascia intendere che esso non consentirà un tradimento tale dei valori americani. Per quando concerne Mr. Cheney: sarà ricordato come il vice presidente che ha fatto propaganda per la tortura”.

Per tutta risposta Cheney ha prontamente nominato, quello stesso 28 ottobre, il suo consulente legale David Addington a dirigere il suo staff, in sostituzione del dimissionario Libby. Il personaggio è dei più torvi: già nell’ottobre 2004, Dana Milbank del Washington Post scrisse sul suo conto: "Persino in una Casa Bianca famosa per la filosofia conservatrice, Addington è noto come un ideologo che propone una filosofia oscura chiamata esecutivo unitario, che promuove un presidente con poteri straordinari". La sostanza della teoria si riscontra nei "memorandum sulle torture", che Addington ha scritto personalmente o ha influenzato, dove si afferma che né il Congresso né i tribunali "possono legare le mani al presidente" che è impegnato nella guerra al terrorismo (Addington avrebbe sostenuto la stessa cosa negli anni Ottanta, quando avrebbe affermato che il Congresso non può legare le mani al Presidente proibendo gli aiuti ai Contras in Nicaragua).
Un déjà vu per gli storici: nella sostanza, si tratta della stessa filosofia legale di Carl Schmitt, il "giurista della corona" del Terzo Reich, secondo il quale il Führer, nel momento di crisi, crea la legge ed è lui stesso la legge. Schmitt sostenne che il Fürher non è sottoposto alla legge o alla giustizia, ma la sua azione è "l’apice della giustizia".

Un dossier che fa tremare Washington

In un ampio e documentato articolo-dossier, il giornalista dell’EIR Jeff Steinberg spiega che quelle di Cheney non sono le mosse disperate di qualcuno che si sente politicamente sotto scacco, e per giunta anche ai tempi supplementari, a motivo dei noti problemi cardiaci.
Steinberg ripercorre una vicenda che potrebbe diventare argomento di un colossal cinematografico.
Almeno dal 1975 Cheney è al centro di una operazione nei servizi americani volta ad insabbiare, anche con diverse “eliminazioni eccellenti”, la pratica della tortura ereditata dal nazismo.
La vicenda iniziò nel 1953, quando “fu suicidato” Frank Olson, chimico e agente della CIA che aveva lavorato agli esperimenti per il “siero della verità”, e altre tecniche di condizionamento del cervello, per la guerra fredda e la guerra di Corea.
Olson era entrato in una profonda crisi personale dopo una serie di viaggi in Europa, dove poté assistere all’applicazione pratica degli studi ai quali contribuiva. I progetti in questione erano quello molto famoso MKULTRA, per l’uso di LSD, e poi Bluebird e Artichoke. Alcuni di questi esperimenti furono condotti su ex criminali nazisti, ritenuti “usa e getta”, e su spie russe. Agli esperimenti della CIA vicino a Oberursel (“Camp King”) avrebbe partecipato, in qualità di “consulente” il prof. Kurt Blome, ex gerarca medico del regime nazista, famoso per i suoi “esperimenti” nei campi di concentramento, soprattutto a Dachau. Doveva essere impiccato a Norimberga, ma fu rilevato da elementi dei servizi segreti dei fratelli Dulles per la “Operation DustBin” sulle tecniche “innovative” di interrogatorio.

L’11 luglio 1975 Dick Cheney, nella veste di vice capo dello staff della Casa Bianca di Gerald Ford, preparò un promemoria per Donald Rumsfeld, che allora era il capo dello Staff. “Caso Olson/suicidio nella CIA”, è il titolo del promemoria redatto dopo la conferenza stampa tenuta il giorno prima dai familiari di Olson che, a seguito di varie vicende, tra cui l’ottenimento di alcuni documenti ufficiali in cui si diceva chiaro e tondo che alla vittima erano stati somministrati psicofarmaci fortissimi, chiedeva di sapere la verità sul decesso del loro congiunto.
Nel memoradum Cheney scrisse: “A questo punto non abbiamo informazioni sufficienti per accertare con sicurezza i fatti di quell’incidente. Inoltre occorre risolvere gravi questioni legali che riguardano le responsabilità del governo, la possibilità di compensi aggiuntivi, e l’eventualità che si debbano rendere note informazioni segretissime di sicurezza nazionale qualora si tenga un processo per la richiesta privata di concedere un compenso aggiuntivo alla famiglia”.
A questa valutazione Cheney allegò una sua ricostruzione della vicenda, mirante ad insabbiare le vere circostanze dell’eliminazione della vittima. Cheney consigliava inoltre a Ford di fare le scuse di circostanza alla famiglia. A questo fecero seguito altri memoranda sullo stesso tono: non si possono mettere i panni sporchi in pubblico. Questo, si tenga presente, avveniva quando non si erano spenti gli echi di un altro insabbiamento eccellente andato per storto, quello del Watergate. E in effetti c’era ancora chi non stava a giochi del genere, come l’allora direttore della CIA William Colby, che fornì una sua documentazione alla famiglia Olson.
Il 29 ottobre 1975 Colby scrisse al presidente Ford per manifestare il proprio disappunto di fronte all’atteggiamento del Dipartimento di Giustizia che voleva evitare un accomodamento con la famiglia Olson, perché riteneva che il governo potesse spuntarla facilmente in sede di giudizio. “Non sarebbe nell’interesse della nazione né in quello della famiglia Olson. Ritengo sulla mia coscienza che le circostanze del caso esigano una risposta equa da parte del governo”, e proponeva che si pagasse un compenso con una speciale approvazione del Congresso.
Due giorni dopo Bill Colby fu licenziato dal vertice della CIA, nel famoso “massacro di Halloween”, e sostituito da George H.W. Bush. Donald Rumsfeld fu promosso Segretario alla Difesa e il suo protetto Dick Cheney diventò capo di gabinetto, posizione da cui continuò a proteggere “l’armadio” in cui era nascosto, tra gli altri, lo scheletro di Olson.
La vicenda proseguì fino al 1995, quando la famiglia Olson ebbe raccolto gli indizi sufficienti affinché fosse aperta una procedura legale, per cui le documentazioni dovevano obbligatoriamente essere presentate e i testimoni dovevano deporre. Tra i testimoni convocati nel 1996 ci fu anche l’ex direttore della CIA William Colby, il quale però morì improvvisamente il 27 aprile, in un incidente ancora più strano del presunto suicidio di Olson. L’ex direttore della CIA avrebbe lasciato la cena a metà sulla tavola per andare, di sera, a fare una gita in canoa dalla quale non tornò più. Non avrebbe indossato, come usava metodicamente fare, il giubbotto salvagente. Avrebbe prima telefonato alla moglie, dicendo di non sentirsi bene, ma che comunque sarebbe andato in canoa. Quest’ultima affermazione fu solennemente smentita dalla moglie. Ma le carte parlano chiaro: ebbe un infarto in canoa e il corpo esanime fu ritrovato a valle.
Colby aveva già in precedenza telefonato al figlio di Olson per fargli capire che poteva parlare con lui, che aveva cose da dirgli, ma Eric Olson era talmente sfiduciato nei confronti della CIA che capì bene il senso di quella telefonata solo quando era già troppo tardi.
Se è vero che il passato illumina il presente, questa vicenda è molto illuminante sulla “politica della tortura” di cui Cheney si sente il gran sacerdote, dall’epoca della guerra fredda. Sicuramente riproporre ora la storia, per intero, è molto illuminante per quelle istituzioni dei politici, militari e dei servizi americani che ancora credono alla Costituzione USA, affinché capiscano che è ora di venire allo scoperto, prima che sia troppo tardi.

La politica delle torture non mira a estorcere informazioni, ma a fomentare il terrorismo.


L’11 novembre, “giornata del veterano” in America, l’associazione Veterans for Common Sense ha tenuto una conferenza stampa. Dave DeBatto e Frank Ford, ex specialisti d’intelligence militare, hanno spiegato che fino al giugno 2003 era facile raccogliere informazioni nell’Iraq occupata “perché li trattavamo con rispetto”. Dopo la decisione di Paul Bremer di disciogliere l’esercito iracheno e il partito Ba’ath, e il relativo ricorso a soprusi e angherie, fonti irachene hanno detto a questi operatives: “l’opportunità l’avete avuta. Noi abbiamo chiesto solo elettricità e acqua. Non abbiamo chiesto di più. Eliminate le torture altrimenti le eliminiamo noi”. Questo lo ha riferito Frank, successivamente allontanato da ogni responsabilità perché aveva cominciato a raccogliere informazioni su Abu Ghraib.