Perché l’Occidente e non la Cina teme il crollo di Evergrande

Il secondo più grande gigante immobiliare cinese, Evergrande, sta per diventare insolvente, ma Pechino non sembra preoccuparsi. La finanza internazionale invece teme una reazione a catena e fa pressioni per qualche tipo di salvataggio nonostante le autorità cinesi abbiano già annunciato che il salvataggio non ci sarà. Il direttore di Global Times Hu Xijin ha scritto su WeChat il 16 settembre che Evergrande dovrebbe rivolgersi al mercato e non allo stato. È ironico che mentre i sistemi liberali occidentali hanno abusato dell’interventismo di stato dalla crisi del 2008 in poi, un presunto regime comunista lasci decidere il destino di Evergrande ai “meccanismi di mercato”.
Il motivo è semplice: in Cina le bolle finanziarie possono crescere e scoppiare, come questa nel settore immobiliare, ma il sistema bancario commerciale nonché l’economia in genere è abbastanza isolata dalla speculazione, grazie ad un regime di separazione bancaria. Evergrande è fondamentalmente un’operazione offshore – con la holding registrata nelle isole Cayman – e detiene il 16% dell’intera esposizione obbligazionaria delle imprese cinesi. L’interesse sui bond Evergrande arriva fino al 14%, e cioè al livello dei junk bonds. L’insolvenza di Evergrande colpirà molti creditori occidentali che hanno investito in quelle obbligazioni perché in Occidente, grazie ai tassi di interesse negativi, i titoli ad alto rischio non sono più attraenti. I quattro principali creditori di Evergrande sono Ashmore Group (Regno Unito) con 430 milioni di dollari; BlackRock con quasi 400 milioni; UBS con 280 milioni e HSBC con poco più di 200 milioni.
Così, lo stesso giorno in cui Biden annunciava la nuova alleanza geopolitica con Londra e Canberra, l’élite di Wall Street si incontrava a porte chiuse col presidente della Consob cinese, Fang Xinghai. I manager di Goldman Sachs, Citadel e altri big di Wall Street hanno discusso per tre ore con Fang, per capire fino a dove si spingerà il governo cinese con la “correzione” dell’economia, secondo la Reuter.
Il caso di Evergrande è un banco di prova per la Cina: seguirà la corrotta politica occidentale del “too big to fail” o faranno cadere la mela marcia? I segnali dicono che il 23 settembre, Evergrande non pagherà 83,5 milioni di dollari di interessi e il 29 settembre altri 47,5 milioni. Nel frattempo, la banca centrale cinese ha iniettato 90 miliardi di yuan tra il 16 e il 17 settembre per proteggere il mercato interbancario e offre compensazioni in forma di appartamenti e altro ai piccoli risparmiatori preoccupati di perdere i soldi investiti in Evergrande.