Ma qual è la politica americana verso la Cina e Hong Kong?

Di fronte a quella che i cinesi definiscono una “rivoluzione colorata” a Hong Kong, che si aggiunge al tira e molla dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina, e alle accuse di “aggressione imperiale” della Cina con la Nuova Via della Seta, aumenta la legittima preoccupazione di Pechino su chi decida veramente la politica di Washington nei proprii confronti.
La questione di Hong Kong fornisce un indizio su quello che sta accadendo. Molte personalità americane di entrambi i partiti e quasi tutti i media, attaccano il Presidente Trump per non aver adottato una linea dura contro la Cina, relativamente alla gestione delle proteste. Su iniziativa di alcuni membri dell’Amministrazione, come il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton e il Segretario di Stato Mike Pompeo, si sono moltiplicate le minacce contro il governo cinese se dovesse intervenire a Hong Kong.
Due promotori della crociata anticinese, il senatore repubblicano Rubio e il senatore democratico Ben Cardin, hanno presentato un disegno di legge che minaccia di togliere a Hong Kong lo status commerciale speciale con gli Stati Uniti se le forze armate di Pechino intervenissero per reprimere le sempre più violente proteste. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato presso il consolato americano a Hong Kong è stato colto sul fatto mentre incontrava i capi della rivolta, e l’ormai famigerato National Endowment for Democracy ha ammesso di aver fornito quasi 2 milioni di dollari per promuovere le proteste. I cinesi hanno risposto duramente, definendo la rivolta l’inizio di una “rivoluzione colorata” attizzata dagli Stati Uniti.
Eppure, mentre sono in corso queste pesanti ingerenze di enti americani, il Presidente Trump ha tenuto a precisare che si tratta di una “questione interna”, non sembrando incline a intervenire. Su twitter.com ha affermato di avere “ZERO dubbi” che il Presidente Xi possa agire “rapidamente e umanamente per risolvere il problema di Hong Kong”.
Una spaccatura simile nell’Amministrazione di Trump si ha anche sui colloqui commerciali. Dopo una conversazione telefonica tra i rappresentanti americano e cinese del 12 agosto, Trump ha annunciato che rinvierà l’imposizione di nuovi dazi per 300 miliardi di dollari di prodotti cinesi, riferendosi a quello che ha definito “un ottimo colloquio ieri… una telefonata molto produttiva”. Un funzionario cinese ha detto che si spera che “gli Stati Uniti incontreranno la Cina a metà strada” e che si cercano “soluzioni accettabili per entrambe le parti con il dialogo e la consultazione”. Stando a vari resoconti, quasi tutti i funzionari del gabinetto di Trump si oppongono a nuovi dazi, ma il rappresentante commerciale Navarro e lo stesso Trump li hanno caldeggiati; quest’ultimo, poi, ha ribaltato la propria posizione. Sarebbe certamente di grande beneficio per tutti se Xi e Trump parlassero di persona per superare l’impasse.
Chiaramente, questi problemi vanno affrontati in una prospettiva strategica superiore, che vada oltre il gioco a somma zero della geopolitica, secondo il quale se uno vince, l’altro perde. Donald Trump ha creato un rapporto con Xi Jinping basato sulla verifica del punto di vista cinese che possa invece esservi un risultato “win-win” per tutti. Dovrà muoversi su questa base.