Sconfitto in Argentina il presidente liberista Macri

L’Argentina si è svegliata la mattina del 12 agosto per apprendere che il Presidente liberista Mauricio Macri (nella foto con Obama) aveva subìto un’umiliante sconfitta alle elezioni preliminari del giorno prima, note con l’acronimo di PASO. La coalizione del Fronte per Tutti, con il candidato presidenziale peronista Alberto Fernández e la candidata alla vicepresidenza, ed ex Presidente, Cristina Fernández de Kirchner, ha ottenuto il 47,7% dei voti mentre la coalizione di Macri (Tutti per il cambiamento) solo il 32%. Il PASO non è un’elezione vincolante, ma serve a dare un quadro del sentimento degli elettori in vista del primo turno delle elezioni presidenziali del prossimo 27 ottobre e a sfrondare i candidati che non ricevono voti a sufficienza.
La sconfitta di Macri ha lasciato i mercati di stucco. Le azioni delle banche e delle imprese argentine a Wall Street hanno subìto pesanti crolli, fino al 50%; il peso è crollato del 42% arrivando a 61 contro un dollaro, un minimo storico, mentre i tassi di interesse sono schizzati all’incredibile valore del 72%. L’instabilità della valuta e del mercato è continuata mentre gli speculatori e i fondi d’investimento hanno ritirato i capitali dal Paese, provocando un’emorragia di riserve. La stampa finanziaria internazionale ha gridato alla “catastrofe” in Argentina, ammonendo che la “sconfitta shock” di Macri potrebbe portare al ritorno al “populismo”, parola in codice per il complesso di azioni comprendenti il protezionismo, i controlli sui cambi e la politica anti-austerità promossa dai precedenti governi della Kirchner.
Macri, i cui sondaggisti prevedevano un testa a testa o, al massimo, una perdita di pochi punti percentuali, è rimasto così destabilizzato dall’esito delle consultazioni che ha dato la colpa ai “Kirchneristas” per il caos sui mercati seguito al voto, esaltando i risultati economici del suo governo. Ma la realtà è che la sua sconfitta è dovuta proprio alla politica liberista dettata dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), che ha provocato la peggiore crisi economica nel Paese dal 2001, con tensioni sociali e rabbia popolare. L’austerità brutale, con tagli al bilancio, aumenti astronomici delle bollette e dei prezzi dei trasporti, riduzione dei servizi sociali, ha colpito duramente le classi medie e quelle meno abbienti, aumentando il tasso di povertà fino al 35%, dal 28% che era, quando Macri assunse il mandato nel dicembre 2015.
Anche se si lamenta sempre della “dura eredità” che gli è stata lasciata dall’ex Presidente Cristina Fernández, la verità è che sarà il successore di Macri (molto probabilmente Alberto Fernández), a ereditare la “trappola del debito” costruita dal FMI. Durante i tre anni e mezzo della propria presidenza, Macri ha aumentato il debito estero dell’Argentina di 100 miliardi di dollari, 57 dei quali rappresentano il pacchetto di “aiuti” del FMI, facendo dell’Argentina il Paese più indebitato dell’America Latina. Il 13 agosto il quotidiano Clarín ha riferito che Macri ha chiesto al Tesoro americano un altro prestito di 20 miliardi di dollari per reagire all’instabilità finanziaria e valutaria nel Paese. Alberto Fernández ha detto che intende rinegoziare il prestito condizionale del FMI e che non v’è modo che il proprio governo possa pagare quel debito alle condizioni di austerità pretese dal Fondo.