Sale l’ansiometro di Donald Trump a tre settimane dalle elezioni di metà mandato proporzionalmente all’aumento dei prezzi dei carburanti. L’8 ottobre ha annunciato: “Non attaccheremo l’Iran in nessun momento prima delle elezioni di metà mandato”, sperando così di evitare restrizioni più severe sulle spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz.
Ancora più inatteso è stato però il colloquio telefonico del 9 ottobre con Vladimir Putin, nel quale quest’ultimo avrebbe accettato, secondo la Casa Bianca, di fornire gasolio agli Stati Uniti e ai mercati mondiali in cambio della revoca delle sanzioni americane sulle esportazioni di carburante. La conversazione si è svolta proprio mentre una delegazione ucraina si trovava in Florida per colloqui sulla de-escalation con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner e con rappresentanti europei. I colloqui, previsti inizialmente per due giorni, sono stati poi interrotti bruscamente dopo la prima giornata.
E ancora più sorprendenti sono state le dichiarazioni improvvise di Trump del 10 ottobre: Zelensky dovrebbe lasciare l’incarico e far posto a un leader disposto a raggiungere una soluzione negoziata, o, come l’ha definita lui, “un accordo”. Nel frattempo, l’inquilino di Palazzo Marinskij a Kiev aveva definito “ingiusto e disonesto” l’allentamento delle sanzioni, prima di precipitarsi a telefonare al presidente francese Macron, al primo ministro britannico Burnham e ad altri leader europei. Inoltre, in segno di sfida, nella notte sono stati lanciati contro terminal petroliferi e raffinerie in Russia più di cento droni ucraini a lungo raggio.
Ciò non ha impedito a Trump di scrivere su Truth Social, l’11 ottobre: “Con effetto immediato, c’è un cessate il fuoco energetico nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno accettato. Non violatelo!” Secondo Axios, però, Zelensky ha commentato che per lui era “una novità”, mentre il Cremlino non ha rilasciato commenti ufficiali; poco dopo, tuttavia, la Russia ha colpito una grande centrale elettrica a Charkiv. Un successivo articolo di Axios riferiva che un funzionario della Casa Bianca ha precisato che la proposta riguardava soltanto “raffineria per raffineria”: se ciascuna parte smette di colpire le raffinerie dell’altra, centrali elettriche e reti potrebbero seguire. Un funzionario ucraino ha fatto notare che l’Ucraina ha una sola raffineria (quella di Kremenchuk, che lavorava soprattutto greggio azero spedito attraverso il Mar Nero), peraltro già danneggiata. Ha definito la proposta squilibrata.
Quanto al gasolio che alla Russia sarebbe consentito esportare (ammesso che ne abbia i mezzi), i quantitativi di cui si discute sarebbero ben lontani dall’essere sufficienti ad alleviare la crisi mondiale, anche se potrebbero influire sui prezzi del volatile mercato spot.
Qualora Donald Trump decidesse veramente che l’amministrazione non sosterrà più Zelensky, ma qualcuno che voglia un accordo con la Russia, la situazione potrebbe cambiare radicalmente. In particolare, per i leader europei, molto impopolari, che hanno legato la loro sopravvivenza politica alla continuazione della guerra contro la Russia, come giustificazione per l’instaurazione di una “economia di guerra”.