A Ferragosto, barlumi di verità sul credito pubblico

Domenica mattina, dopo la lettura dei giornali per il programma “Prima Pagina” di Rai Radio 3, tra il conduttore Errico Novi (de Il Dubbio) e due ascoltatori si è creato un incisivo dibattito sulla crisi finanziaria, sul sistema della banca centrale indipendente dal governo e sulla separazione bancaria.

Durante la discussione, la redazione dell’emittente radiofonica ha pubblicato sul proprio sito un nostro messaggio sul tema:

“Il nostro movimento internazionale battaglia da decenni per il modello di banca nazionale e per il credito produttivo in un regime di separazione bancaria. MoviSol.org”

Anche in passato alcuni nostri messaggi sono stati ritrasmessi in questo modo al grande pubblico e pertanto invitiamo i nostri lettori e sostenitori a considerare anche questa via per diffondere le idee che ci ispirano e sappiamo essere cruciali per uscire dalla crisi culturale ed economica in corso.

“D’accordo con l’ascoltatore che parla di Sanders e Clinton. Importante leggere quel che prescrive l’americano Lyndon LaRouche. MoviSol.org” (8 giugno 2016)

“MoviSol ha un programma di sviluppo infrastrutturale in Africa. È l’alternativa alle carestie, alle guerre e alle migrazioni di massa” (28 maggio 2016)

“La scelta più sana per gli USA è il candidato della separazione bancaria: O’Malley: Vedi http://movisol.org/il-candidato-presidenziale-più-pericoloso-per-wall-street-e-martin-omalley/” (1 febbraio 2016)

“Speculazione che schiaccia l’economia reale: dai primi anni Novanta a livello internazionale denunciamo i derivati come cancro dell’economia. Chiediamo una Nuova Bretton Woods, la separazione bancaria, la Nuova Via della Seta, ecc. MoviSol.org” (21 gennaio 2016)

“A Enzo di Roma: occorre separare le banche ordinarie dalle speculative! Vedi MoviSol.org” (19 gennaio 2016)

“Jarret Diamond deve essersi montato la testa con il Premio Pulitzer e la fa facile. Il clima è essenzialmente governato dal Sole e da configurazioni del sistema solare nella galassia. Cicli di vario tipo che l’IPCC ignora. Vedi MoviSol.org” (4 dicembre 2015)

Nonostante la confusione intorno ala figura di Paul Volcker e tra economia e finanza speculativa, e un improvviso garbo nei confronti di Draghi, riteniamo interessante riportare qui il dibattito, al quale è mancato naturalmente un riferimento al “fattore LaRouche”, che invece compare spesso se si cerca “separazione bancaria” o “Glass-Steagall” col motore di ricerca di google.com. L’enfasi è nostra.

Trascrizione parziale del “filo diretto con gli ascoltatori” di Prima Pagina del 14 agosto 2016

D1: Buongiorno, sono Alberto e chiamo dalla provincia di Genova. Volevo porLe un quesito sulla flessibilità, che poi vuol dire debito. In questo Paese de decenni usiamo la flessibilità in maniera molto sostanziosa, tant’è vero che siamo arrivati a un debito, mi pare, intorno ai 2200 miliardi.

E.N.: Sì, il record assoluto.

D1: Esatto. Che tra l’altro non riesco a tradurre in lire. Non se Lei ce la fa [sic], ma io non ce la faccio.

E.N.: Quasi 4000 milioni di miliardi di vecchie lire.

D1: Una roba terrificante… A questo punto la ricetta che viene proposta è di continuare con la flessibilità. Ora, i governi passati hanno usato la flessibilità per cercare di sopravvivere… Mi domando: qual è l’elemento di novità, nel continuare con l’uso della flessibilità? Oggi col debito si pensa di ripagare il debito che si contrae come investimento e anche quello pregresso. Francamente io elementi di novità, di rottura, di discontinuità non ne vedo. Può darsi che sia responsabilità mia… Voglio chiedere a Lei se Lei li vede.

E.N.: In realtà va detto questo: si può dire da almeno vent’anni, ma probabilmente da qualcosa di più di vent’anni, i margini di sforamento a disposizione per l’Italia sono ridottissimi… sono sempre più ridotti, anzi questo Governo rivendica con grande soddisfazione il merito di esser riuscito a strappare all’Unione Europea la possibilità di sforare di qualche punto decimale il rapporto deficit/PIL che dovrebbe essere imposto secondo la condizione dei conti pubblici italiani… secondo lo stato di avanzamento del suo debito, quindi in realtà il deficit-spending in Italia di fatto non c’è più, nel senso che il rapporto deficit/PIL viene tenuto davvero sotto controllo e oltretutto [la voce si fa più viva, NdR] dobbiamo ricordare un’altra cosa: che il rapporto deficit/PIL italiano è nelle condizioni, non particolarmente negative che stanno comunque entro la soglia del tre percento… è al di sotto dello zero per un motivo semplicissimo: abbiamo una quantità enorme di interessi sul debito pubblico, quindi l’Italia non è che spende [sic] più di quanto produca… l’Italia produce più di quanto spende, ha però gli interessi sul debito pubblico da pagare… allora ci si chiede: com’è possibile… intanto è possibile perché è noto che noi abbiamo l’avanzamento primario che è in attivo, nel senso che appunto il PIL è superiore ai costi dello Stato al netto degli interessi sul debito pubblico, quindi tutto sta a capire perché abbiamo un debito pubblico così alto. Il debito pubblico così alto è schizzato appunto in “spazi iperuranici”, di quelli del tipo che ricordava l’ascoltatore, nel momento in cui negli Ottanta c’è stata la rottura tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Per lunghi periodi dal dopoguerra la Banca d’Italia ha comprato titoli di Stato o ha iniettato contante nell’economia e quindi si è sempre impedito che i titoli di Stato potessero restare inacquistati e questo ha sì fatto crescere l’inflazione ma poi ha tenuto sotto controllo il debito anche perché diciamo che il debito italiano non finiva in mani straniere (o tendenzialmente lo faceva solo per minima parte). A un certo punto, anche per volontà di Andreatta padre, ci fu questa rottura per cui la Banca d’Italia non rispondeva più al Ministero dell’Economia (all’epoca il Ministero del Tesoro), faceva politica in economia e quindi non c’era più un’immediata correlazione tra le scelte del Governo e lo stampaggio di moneta, la Banca d’Italia non compensava più il deficit e da lì il debito pubblico è schizzato all’impazzata, quindi la scelta sbagliata non è stata quella di fare investimenti, di fare spesa pubblica, la scelta sbagliata è stata quella di separare la Banca d’Italia. Certo, c’era l’inflazione, ma diciamo [che] l’Italia dell’inflazione al 10 percento non ha mai conosciuto i livelli di divaricazione tra ricchi e poveri che abbiamo conosciuto in questi ultimi dieci anni. Non è vero che c’è sempre stata flessibilità. Negli ultimi anni non c’è stata. C’era prima, ma in un’epoca in cui era possibile farla perché lo Stato poteva stamparsi moneta.

Oggi non è possibile più farlo, la moneta non è stampata dalla Banca d’Italia ma dalla Banca Centrale Europea, però il momento in cui è impazzito il sistema risale a un’epoca in cui non c’era ancora l’Euro però è stata fatta una scelta diversa di politica monetaria, che poi in realtà è costata moltissimo all’Italia, in termini di debito pubblico e, probabilmente in termini più generali, di crescita.
Ascoltiamo la prossima telefonata.

D2: Emilio della provincia di Treviso. Buongiorno a Lei e agli ascoltatori. Colgo l’occasione per quel che ha correttamente sviluppato un attimo fa, circa il fatto della separazione tra Banca d’Italia e Tesoro per quanto concerne l’emissione di titoli di Stato e l’obbligo da parte della Banca d’Italia di acquistare l’invenduto…

E.N.: Certo, esatto.

2: C’è un altro aspetto. […] Il concetto base è questo: in Italia dagli anni Trenta c’è stato uno sviluppo economico considerevole perché? Perché Menichella, grandissimo responsabile della Banca d’Italia, aveva obbligato la separazione delle banche commerciali dalle banche d’investimento.

E.N.:Certo.

D2: Poi successivamente… Questo è il punto fondamentale.

E.N.:Ha ragione.

D2: È la causa principale dei disastri provocati dalle banche e dai relativi responsabili nella conduzione delle banche. Come mai, visto e considerato che anche l’ex Presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, negli anni Ottanta era intervenuto per obbligare la separazione delle banche commerciali dalle banche d’investimento ed era intervenuto per eliminare una situazione caotica a livello finanziario provocata da questa commistione tra banca commerciale e [banca] d’investimento, poi eliminata dal supposto democratico Clinton, marito della Hillary Clinton, di cui ho un pessimo giudizio marcato anche dai fatti… La mia domanda è questa: visto e considerato, accertato che il dramma di questa situazione finanziaria deriva dalla commistione tra banca commercia e banca d’investimento (vedasi il caso eclatante della Deutsche Bank), per quale motivo il Sig. Mario Draghi, appartenente alla superloggia dei free

E.N.: Lasciamo stare le superloggie… Il Presidente della Banca Centrale Europea ha lavorato per importanti centri d’investimento… è evidente che l’analisi che avevo proposto un attimo prima coincide nella sostanza con quella dell’ascoltatore… però io non personalizzerei la situazione. Il problema non è Mario Draghi, né il fatto che abbia lavorato per le massime società finanziarie statunitensi, prima di fare il Governatore della Banca d’Italia e poi il Governatore della Banca Centrale Europa. Il problema non è personale, il problema è nell’equilibrio tra politica ed economia, che purtroppo si è sbilanciato complessivamente del tutto a favore della seconda. Il problema è forse nel fatto che in un Occidente al proprio interno privato di conflitti, la politica vede indebolita la propria funzione,che è anche quella di proteggere i cittadini dal rischio che può provenire dall’esterno, e in questo campo provvidenzialmente pacificato (soprattutto a partire dalla caduta del Muro di Berlino) in Occidente si è andato a creare disordine nell’equilibrio tra il potere della politica (e quindi della rappresentanza della sovranità nazionale) e il potere dell’economia, che è un potere sovrannazionale (le grandi banche di investimento non rispondono a nessun governo, certamente non hanno un rapporto con l’opinione pubblica di un singolo Paese però hanno un potere straordinario).

Il punto è in Occidente chiedersi se davvero sacrificare l’economia e salvaguardare la moneta, tenere sotto controllo l’inflazione, che significa che chi investe nei titoli di Stato (le grandi banche, le grandi società finanziarie, ecc.) non debbano perdere nulla rispetto agli interessi che avevano previsto […], se in nome di un equilibrio più sbilanciato rispetto al passato rispetto all’economia finanziaria sia accettabile rispetto a questa retrocessione piuttosto evidente anche all’interno delle economie occidentali, che riguarda grandissime fasce della popolazione che vedono contrarre il proprio reddito, come ci viene raccontato oggi dall’editoriale di Luca Ricolfi e ieri ci è stato straordinariamente illustrato nell’articolo di Federico Rampini su Repubblica [sui redditi dei giovani che non saranno all’altezza di quelli dei padri…]

…Se tutta questa condizione è accettabile che ci sia in nome del fatto che gli interessi sui prestiti che la grande finanza fa nei confronti degli Stati debbano rimanere immacolati, non debbano essere scalfiti.

Se davvero un sacrificio in nome degli interessi dell’economia può arrivare al punto cui è arrivato

Dal minuto 1:30 al minuto 12:55