Quando i “cambiamenti climatici” e l'”ecocidio” richiedono un’azione militare

Per farsi un’idea dei piani delle “élite” geopolitiche transatlantiche, è sempre istruttivo consultare il Royal Institute for International Affairs di Londra (RIIA – noto anche come Chatham House), il tradizionale pensatoio dell’impero britannico. In un articolo pubblicato online il 29 settembre, si legge che i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia così grave per la sicurezza globale da richiedere un ripensamento totale dei “concetti di sicurezza tradizionali” e quindi delle priorità militari (https://www.chathamhouse.org/2021/09/building-global-climate-security).
L’articolo, intitolato “Building Global Climate Security”, cita eventi meteorologici gravi, migrazioni di massa, la mancanza d’acqua e le malattie come fattori che “si stanno aggiungendo a vecchie e nuove preoccupazioni per la sicurezza”. Ma non c’è da preoccuparsi, secondo gli autori Patrick Schröder e Thammy Evans, perché “l’agenda sulla sicurezza dei cambiamenti climatici ha riconosciuto il cambiamento climatico come un fattore critico che i militari dovranno affrontare…” Dopo tutto, il clima peggiora gli “ambienti di conflitto”, come dimostrano l’Afghanistan, il Mali e la regione del Tigrè in Etiopia, ed è ovviamente responsabile di spostamenti interni, migrazioni, ecc.
Il messaggio qui è che le forze armate – la “comunità di sicurezza” – andranno a svolgere un ruolo importante per far rispettare i vari “accordi verdi” e lo spopolamento, con tutto ciò che questo implica in termini di violazione della sovranità e di intervento negli affari interni delle nazioni. Negli ultimi decenni, sotto l’egida inventata della “responsabilità di proteggere”, gli Stati Uniti e la NATO hanno usato il pretesto delle violazioni dei diritti umani per effettuare operazioni militari in tutto il mondo. Ora, affermano gli autori, “aumentano le richieste di definire legalmente l’ecocidio come un crimine perseguibile da parte della Corte penale internazionale e appare sempre più probabile la prospettiva di forze armate che difendano dall’ecocidio. Per esempio, potrebbe essere necessaria la collaborazione dei militari con le forze dell’ordine nazionali per difendere l’Amazzonia e altri habitat-chiave da ulteriori distruzioni”.
Gli strateghi britannici citano anche altri “interventi più complessi”, come contrastare il commercio illegale di fauna selvatica, lo smercio di rifiuti tossici e persino la pesca illegale! Anche questi potrebbero comportare “l’uso della forza direttamente contro gli attori che causano danni ecologici o l’applicazione di un mandato a proteggere i beni ecologici condivisi”. D’altra parte, ci sono anche semplici interventi che le forze militari potrebbero intraprendere, come piantare foreste o un “grande muro verde”.
Tali operazioni rientrano nel concetto collettivo di “sicurezza rigenerativa”. L’articolo nota in conclusione che l’Unione europea, “ma anche le forze armate tedesche”, che hanno dato buona prova di “azioni non letali” potrebbero prendere l’iniziativa per “istituzionalizzare” tali approcci di sicurezza rigenerativa.