Obama rinvia l’attacco alla Siria, ma il tempo scorre

Il 31 agosto, con un breve annuncio, il Presidente Obama ha rinviato l’attacco alla Siria a dopo che il Congresso si sarà riaperto, il 9 settembre, e avrà votato sull’autorizzazione all’uso della forza. La decisione è stata presa all’ultimo momento ed è dovuta ad una serie di fattori, in primo luogo il vasto fronte dei parlamentari di entrambi i partiti che chiedevano un dibattito e un voto. Circa 190 deputati, compresi 75 democratici, hanno firmato lettere al Presidente che si rifanno all’Art. 1, Sez. 8 della Costituzione e alla Legge sui Poteri di Guerra del 1974 che conferisce unicamente al Congresso l’autorità di dichiarare guerra.

Il giorno prima, Obama aveva dichiarato che intendeva ordinare l’attacco senza autorizzazione dal Congresso o dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I cinque cacciatorpediniere schierati nel Mediterraneo orientale avevano già selezionato 50-75 bersagli di “alto valore” per il lancio di missili da crociera. Secondo fonti vicine ai Capi di Stato Maggiore Riuniti, poco prima che Obama annunciasse il rinvio dell’attacco, il gen. Martin Dempsey, appena tornato da incontri con i vertici militari di dieci paesi alleati in Giordania, si è recato dal Presidente per ammonirlo che i piani di attacco sarebbero probabilmente falliti e che gli USA correvano il rischio di farsi coinvolgere più profondamente nel groviglio siriano. In tali circostanze, Obama si sarebbe trovato ad affrontare critiche molto più forti che non se avesse prima chiesto l’autorizzazione al Congresso. Le fonti hanno indicato che l’intervento di Dempsey su un Obama preoccupato del crescente crollo di popolarità aveva fatto presa.

Infatti, i sondaggi alla vigilia della svolta di Obama mostravano che l’80% del popolo americano si oppone all’intervento americano in Siria, sulla base del fatto che non ci sono interessi vitali statunitensi in ballo.

Così, dopo il voto della House of Commons britannica contro la richiesta di autorizzazione del Primo ministro David cameron, è diventato ancor più chiaro che il Presidente USA avrebbe potuto trovarsi politicamente isolato. Nell’aria c’era aria di impeachment, perché andare in guerra senza chiedere autorizzazione al Congresso è un atto incriminabile.

Il giorno precedente alla decisione di Obama, il segretario di Stato John Kerry aveva presentato una valutazione della comunità d’intelligence secondo cui il governo siriano sarebbe dietro gli attacchi con armi chimiche nei quartieri orientali di Damasco. Ma la relazione di Kerry e il documento di quattro pagine preparato per il pubblico dal Direttore della National Intelligence, gen. James Clapper, era talmente privo di dettagli e di qualsiasi elemento di prova, al di fuori di vuote asserzioni della serie “fidatevi di me”, che ha fatto poco o niente per alterare l’opposizione pubblica all’attacco.

Il Presidente russo Vladimir Putin ha ridicolizzato le presunte prove, affermando: “Le presentino agli ispettori dell’ONU e al Consiglio di Sicurezza. Sostenere che ci sono prove, ma che sono segrete e non possono essere mostrate a nessuno sono al di là di ogni critica”. Se gli USA non forniscono alcuna prova, allora “non ce ne sono”. Se ne discuterà certamente al vertice del G20 a San Pietroburgo.

Va sottolineato che Obama ha solo rinviato l’attacco e la minaccia di guerra non è svanita. Una volta riaperto il Congresso, la Casa Bianca farà ricorso a ogni tipo di pressione e intimidazione per ottenere un voto favorevole.

Una schiera crescente di professionisti militari ha ammonito, alla stregua di Lyndon LaRouche, che un intervento militare USA in Siria può coinvolgere altre potenze regionali e far deflagrare una terza guerra mondiale. In un promemoria pubblicato il 29 agosto, LaRouche ha sostenuto che la minaccia di un conflitto termonucleare innescato da un attacco alla Siria è talmente grave che i piani di attacco USA devono essere cancellati.