L’Occidente sarà capace di apprendere la lezione del disastro in Afghanistan?

Il 31 agosto, poche ore dopo che l’ultimo aereo americano aveva lasciato l’aeroporto internazionale Karzai a Kabul, Joe Biden, in un discorso al popolo americano, ha difeso la decisione fortemente contestata di ritirarsi. Non si tratta “solo dell’Afghanistan”, ha detto. “Si tratta di porre fine ad un’era di grandi operazioni militari per rifare altri Paesi”.

Se Biden è seriamente intenzionato a porre fine all’era delle “guerre permanenti” – e se sarà in grado di attuare efficacemente questa politica, nonostante la schiacciante opposizione – si verificherà un importante cambiamento di fase nella politica internazionale. La presidente dello Schiller Institute Helga Zepp-LaRouche, per esempio, ha accolto con favore la sua dichiarazione in un articolo scritto il 4 settembre, ma ha messo in guardia dal pericolo che, se tale riorientamento comporta solo la fine delle guerre in teatri secondari “al fine di concentrare le forze sulle ‘nuove sfide’, cioè lo scontro con la Russia e la Cina”, allora il mondo “è diretto verso una catastrofe ancora maggiore”. L’Europa e gli Stati Uniti devono cogliere l’occasione per fare una valutazione onesta di come e perché le politiche degli ultimi decenni siano fallite così miseramente, sia in patria che all’estero.

Concretamente, ha esortato Helga Zepp-LaRouche, gli Stati Uniti non dovranno solo “dialogare con i Talebani”, ma anche ritirarsi dall’Iraq, come richiesto dal Parlamento iracheno nel gennaio 2020, e togliere le sanzioni omicide contro la Siria, imposte con il Caesar Act. In realtà, la politica delle sanzioni contro qualsiasi Paese dovrebbe essere abolita del tutto, “in particolare in tempi di pandemia, poiché in realtà punisce solo le fasce più bisognose della popolazione”.

Se vogliono che la retorica di “valori” e “diritti umani” sia credibile, i leader occidentali devono offrire “un aiuto reale al governo afgano che si sta formando, ad esempio costruendo un sistema sanitario moderno”. Data la tremenda insicurezza alimentare del Paese, non dovrebbero solo contribuire agli aiuti umanitari d’emergenza, ma anche sostenere lo sviluppo dell’agricoltura, comprese le colture che dovranno sostituire quelle di papavero da oppio, realizzando progetti d’irrigazione e programmi generali di gestione idrica.

L’obiettivo primario, ha sottolineato Helga Zepp-LaRouche, è “aiutare il popolo afgano in una gigantesca emergenza che non è stata causata dal popolo; questo è possibile solo se si stabiliscono rapporti di fiducia con il nuovo governo, indipendentemente da tutte le riserve ideologiche”. In questo contesto, il Comitato per la Coincidenza tra gli Opposti dello Schiller Institute, un’associazione che riunisce professionisti della sanità, agricoltori, lavoratori della comunità e attivisti, ha proposto che un tale programma di aiuti possa essere coordinato da Pino Arlacchi (foto), ex capo dell’UNODC, che ha già conquistato in passato la fiducia dei talebani.

Oltre a questo, il necessario ripensamento deve portare ad un completo rifiuto della geopolitica, che considera i rapporti tra le nazioni come un gioco a somma zero in cui l’ascesa della Cina e dell’Asia significa inevitabilmente il declino dell’Occidente. Contrariamente a quanto afferma Tony Blair, porre fine alle “guerre permanenti” non è “da imbecilli”, mentre è da imbecilli continuarle.