L’idrogeno verde non è fattibile e nemmeno economico

Con grande clamore, il 14 luglio il ministro tedesco della ricerca Anja Karliczek (al centro nella foto) ha visitato la Salzgitter AG, il secondo produttore di acciaio tedesco, per la cosiddetta “Giornata dell’idrogeno”. Lo scopo della visita era quello di farsi un’idea diretta di due progetti pubblicizzati come “apertura di un nuovo capitolo nella fusione dell’acciaio”, basati sulla sostituzione del carbone e del gas come fonti di energia per il processo di smelting, con l’idrogeno “verde”. Il ministro ha affermato che “l’idrogeno verde è la chiave del futuro successo dell’industria siderurgica in Germania”, in linea con la politica del governo di fare del Paese un leader mondiale nella produzione di quell’elemento.

Ma guardando ai fatti di ciò che deve essere “verde” nella produzione di idrogeno, stando all’audace annuncio della signora Karlizek, sembra che il governo tedesco e i suoi consulenti scientifici stiano prendendo in prestito una pagina dell’Accademia di Lagado, tratta dalla famosa opera satirica I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Il modo in cui Swift descrisse questa “accademia” più di 250 anni fa, ad esempio nell’episodio che mostra qualcuno che cerca di estrarre i raggi del sole dai cetrioli, è diventato sinonimo di massima assurdità e follia.

Il solo costo della produzione di idrogeno “verde” con l’utilizzo di pannelli solari nelle quantità necessarie per la fusione dell’acciaio è gigantesco. Una recente indagine della Thyssen-Krupp, il più grande produttore di acciaio tedesco, giunge alla conclusione che per un tale processo di produzione “verde” sarebbero necessari non meno di 600 terawatt di energia elettrica – l’equivalente della domanda annuale di energia elettrica dell’intero Paese.

E, dato che la Germania non ha abbastanza luce solare per produrre così tanta energia solare, la soluzione al problema dovrebbe essere il Marocco. I costi sono simili alle stime dell’epoca per l’utopistico “Desertec”: quel progetto fu lanciato nel 2003 con l’idea di fornire il 17% dell’intero fabbisogno di energia elettrica dell’UE da enormi parchi di pannelli solari nel deserto del Marocco. Come previsto, il progetto non è mai decollato, poiché le banche private, che avrebbero dovuto fornire finanziamenti per diverse centinaia di miliardi di euro, si sono ritirate dieci anni dopo. E sussisteva un forte scetticismo, naturalmente, sulla fattibilità tecnica del trasporto di tali enormi quantità di elettricità dal Marocco all’Europa.

Il fatto che Berlino non sia riuscita a imparare la lezione del fallimento di Desertec e che ora pianifichi di sprecare miliardi di euro per far rivivere un’idea altrettanto folle, indica che il principio di Lagado è vivo e vegeto nel ministero della ricerca e tra i suoi consulenti scientifici.

Questo, preso insieme al “Green Deal” da mille miliardi di euro della Commissione Europea, minaccia di ridurre a zero la competitività della produzione di acciaio in Europa rispetto all’acciaio a basso costo prodotto in Cina. L’idea della Commissione di imporre tariffe giustificate dal “carbon leaking” sulle importazioni di acciaio dalla Cina finirà col provocare una guerra commerciale, ma renderà lavatrici e automobili proibitive per i consumatori europei – a meno che non si faccia come nell’ex RDT, dove l’agricoltore vendeva le fragole a prezzi congrui (alti) al governo per poi riacquistare le stesse fragole a prezzi sovvenzionati. Affidarsi alle “rinnovabili” per produrre idrogeno è quindi una marcia sicura verso la rovina per l’industria siderurgica della Germania e dell’Europa.