I migranti in marcia e i rifugiati rischiano di essere ucciso dalla morsa brutale del freddo invernale. È di questo aspetto del clima che dovrebbero discutere i delegati alla conferenza COP21 di Parigi.

Anche dopo la strage di Parigi e le precedenti atrocità dei fanatici sedicenti islamici negli Stati Uniti, in Francia, in Gran Bretagna, in Canada, in Spagna, in India, in Iraq, in Siria, in Nigeria, ecc. i politici insistono nell’occuparsi invece del presunto ruolo dell’uomo nel riscaldare il pianeta, trattandolo come la più grave minaccia pendente sull’umanità. In realtà, il contributo dei combustibili fossili ai cambiamenti climatici rappresenta un pericolo minimo per la popolazione mondiale: l’inverno uccide venti volte di più del clima caldo.

Dopo esser stati rassicurati che presto gli inverni nevosi sarebbero passati ai libri di storia, l’Europa è stata scossa da cinque inverni dal freddo acuto in un solo decennio. Di persone ne sono morte a migliaia, tra i senza tetto, oppure riparati in case raffazzonate o con sistemi di riscaldamento in condizioni miserevoli, oppure perché tanto povere da non poter acquistare del combustibile.

Potrebbe accadere anche questo inverno, con conseguenze ancor peggiori. “Milioni di persone disperate sono in marcia”, scrive Walter Russell Mead sul Wall Street Journal.

Dove sono diretti? La maggioranza verso nazioni arabe confinanti. Altri, se non rimangono in Turchia, provano a raggiungere l’Europa – seguendo una rotta ammantata dal fronte freddo soprannominato “Siberian Express”. La Germania stessa potrebbe essere messa in difficoltà dalla sfida di nutrire e ospitare dagli 800mila al milione di rifugiati minacciati dall’inverno.

Se venisse colpita dall’aria fredda siberiana, gran parte dell’Europa orientale e settentrionale, potrebbe subire un calo delle temperature di 39°C, insieme alla zona occidentale dell’ex Unione Sovietica, rispetto alle zone del Asia sudoccidentale ora colpite dal freddo. Ricordiamo a tutti che l’inverno siberiano può raggiungere i -40°C.

Gli europei settentrionali ed orientali sono abbastanza abituati a questi freddi. Alcuni rifugiati, invece, provengono da zone in cui l’inverno presenta temperature tra i 20°C e i 30°C più alte, per cui bastano tende o case improvvisate per passarlo tranquillamente. I costi esorbitanti dell’energia in Europa, dovuti all’osservanza della credenza nel caos climatico, potrebbero rendere più grave una tale crisi umanitaria.

Stando invece alle Nazioni Unite, a molti politici di rilievo internazionali, alle ONG ambientaliste, agli scienziati dell’industria dell’allarme climatico e i media loro complici – specialmente alla vigilia del vertice COP21 di Parigi – le minacce dovute al freddo invernale non dovrebbero concretizzarsi. Già quindici anni fa il quotidiano tedesco Spiegel proclamava “Addio inverno: in Germania i duri e freddi inverni sono ormai una cosa del passato”. Lo stesso anno uno scienziato dell’Unità di Ricerca Climatica britannica affermava che “i bambini non sapranno più che cosa sia la neve”.

Ogni anno i media hanno svolto diligentemente il proprio compito, ripetendo la profezia, finché un freddo e nevoso inverno cominciò a farsi sentire nel 2008-2009. Nel dicembre 2010 l’Inghilterra ebbe il suo inverno più rigido dopo quello del 1659 in piena Piccola Era Glaciale. Per cinque anni, dal 2008 al 2013, la neve ha paralizzato l’Inghilterra e l’Europa settentrionale e occidentale. Non ci si deve sorprendere se gli stessi media si adattarono a biasimare il riscaldamento globale di origine antropica perché responsabile dei duri inverni.

In realtà, sono i cicli naturali dell’Oceano Atlantico, che hanno un periodo di circa sessanta anni, a controllare le temperature invernali in Europa e nella fascia orientale dell’America Settentrionale.

Quando l’Atlantico Settentrionale si riscalda, “bloccando i sistemi ad alta pressione”, impedisce ampiamente il raggiungimento dell’Europa da parte della calda aria atlantica.

V’è, d’altra parte, una forte correlazione tra l’attività geomagnetica del Sole e quegli inverni freddi in Europa, indotti dal blocco dei sistemi ad alta pressione. L’aria fredda lambente le gelide nevi della Siberia può quindi invadere più liberamente l’Europa, portando le temperature sotto lo zero e pesanti coltri nevose. Ciò è accaduto dal 2008 al 2013.

I fattori oceanico e solare hanno avuto un influsso ridotto a partire del 2013, e pertanto gli ultimi due anni hanno visto provenire maggior aria atlantica, e hanno sperimentato inverni più miti. Tuttavia le caratteristiche, sia solare sia oceanica, stanno ritornando a promettere una situazione di maggior probabilità di temperature siberiane. Ecco perché i rifugiati dell’Asia Sudoccidentale potrebbero incorrere in spiacevoli sorprese.

Persino l’ottobre di quest’anno, con il suo freddo anticipato, ha portato con sé notizie di bambini siriani ammalati a causa dell’esposizione a climi freddi cui non sono abituati. In Austria, adulti e fanciulli si lamentano del clima e esprimono i desiderio di tornare in patria.

La stima anzidetta, per cui il clima freddo uccide venti volte di più di un clima caldo, è sulla rivista medica Lancet, la quale analizza 74 milioni di decessi in 384 luoghi differenti, suddivisi in 13 nazioni. È una lettura che dovrebbe essere obbligatoria per i 40mila e più burocrati, politici, attivisti e promotori attesi a Parigi, in alberghi a cinque stelle e ristoranti, che non cessano di blaterare sui pericoli del riscaldamento climatico.

Dovrebbero soppesare quanto afferma Lancet, e che riguarda alcune società in condizioni normali e di pace. Anche in quelle nazioni muoiono più persone ogni anno nei mesi invernali che negli otto mesi non invernali. Anche gli Stati Uniti sperimentano una mortalità di 100mila unità superiore nei mesi invernali.

Nel Regno Unito la percentuale delle morti invernali è il doppio. I 50mila morti all’anno nei mesi invernali sono dovuti al peggior isolamento delle dimore e alla scarsa qualità dei sistemi di riscaldamento, oltreché all’aumento dei costi del riscaldamento a causa della politica sul clima e sulle energie rinnovabili.

Gli eccessi di mortalità, dovuti all’inverno, presso i rifugiati potrebbe essere ancor maggiore, complici i costi dell’energia in Europa, la povertà e la malnutrizione dei rifugiati stessi, l’inadeguatezza dei loro abiti, la preesistenza di malattie, e le loro dimore improvvisate: tende, roulotte e altri abitacoli che sono prive o quasi di isolamento o di riscaldamento centrale.

Purtroppo l’equivoco costante nell’informazione sui pericoli dei combustibili fossili e del clima caldo, piuttosto che di quello freddo, ha reso questa crisi ancor peggiore del necessario. Gli allarmisti di professione dovranno accollarsi il biasimo per migliaia di morti evitabili tra i rifugiati, questo inverno, specialmente se il “Siberian Express” deciderà di invadere ancora l’Europa.

La conferenza di Parigi deve concentrarsi sui pericoli reali e immediati per l’umanità: questa crisi migratoria crescente, la disoccupazione e la crisi economica che pervadono l’Europa, la carenza cronica di energia adeguata e affidabile per miliardi di persone nel mondo, la loro povertà schiacciante, la loro malnutrizione, le loro malattie e la loro mortalità; si deve occupare di assicurare acqua potabile, sistemi di disinfezione e igiene, ospedali moderni, illuminazione, frigoriferi e cibo in abbondanza. I convenuti alla conferenza devono affrontare le seguenti questioni assai più urgenti.

Come potrebbe il cambiamento climatico essere più importante della salvaguardia di rifugiati che stanno già soffrendo a causa del freddo? I delegati si troveranno a concentrare l’attenzione sul caos che ipoteticamente potrebbe derivare, in futuro, dal cambiamento climatico antropico, mentre le nazioni europee bisticciano sul numero di rifugiati da accogliere e sui potenziali terroristi con cui vengono confusi, nel mezzo di una potenziale crisi d’inverno? Quali piani di contingenza hanno in mente, per affrontare un altro rigido inverno sul continente europeo?

Quando un milione di rifugiati gela in squallide condizioni, a causa di ripari, cibo, calore, abbigliamento e cure mediche tutti inadeguati, e quando 1,3 miliardi di persone non accede all’energia elettrica, perché il mondo dovrebbe impegnarsi a spendere miliardi di dollari nel prevenire ipotetici riscaldamenti globali futuri? Come si domanda Bjorn Lomborg, perché il mondo vorrebbe rinunciare a circa mille miliardi di dollari di PIL, ogni anno per il resto del secolo, per impedire una crescita di temperatura ipotetica (prevista da modelli al calcolatore) di soli 0,306 gradi entro il 2100?

Da dove proverranno i fondi per contrastare la guerra e il terrorismo, per assistere i milioni che fuggono quegli orrori, per ricostruire città devastate, per rimettere al lavoro milioni di adulti abili, e per portare l’elettricità e migliori condizioni di vita a miliardi di persone, se continuiamo con l’ossessione per il riscaldamento climatico? Davvero gli esseri umani hanno un ruolo così influente nel cambiamento climatico da giustificare questi prezzi così incomprensibilmente alti? Quali sono le prove? Non parliamo di modelli al calcolatore elettronico, né di conferenze stampa, bensì di prove scientifiche.

Si tratterebbe di un crimine abominevole contro l’umanità, se le nazioni rappresentate a Parigi adottassero delle politiche per proteggere le nostre masse private di energia da disastri ipoteticamente dovuti alle attività umane, a distanza di decenni da oggi, assicurando che la povertà e le malattie continuassero a uccidere altri milioni di persone semplicemente domani.

Queste sono le vere ragioni per cui il tema del riscaldamento climatico è di natura morale. Dobbiamo riconoscerlo e cessare ogni forma di gioco con la vita della gente. Dobbiamo prendere atto che le prospettive risultanti dai modelli al calcolatore non riflettono la realtà del pianeta – e non possono guidare la nostra politica energetica a livello planetario.

Joe D’Aleo è un consulente certificato in meteorologia, membro dell’American Meteorological Society e confondatore de The Weather Channel. Paul Driessen è un analista politico del Committee For A Constructive Tomorrow.

Gli esperti di clima Allan MacRae and Madhav Khandekar hanno aggiunto il proprio contributo al presente articolo.