Le mosse cinesi per imbrigliare la speculazione mandano in bestia Soros

Il 2 settembre il Presidente cinese Xi Jinping ha annunciato la creazione di una nuova borsa valori per le piccole e medie imprese. Il suo scopo, secondo Alisdair Macleod, capo della ricerca di Goldmoney, è quello di isolare la Cina “da una sempre più probabile crisi finanziaria globale, eliminando la dipendenza dai mercati finanziari stranieri”. Altri osservatori condividono questa analisi.
La misura cinese è l’ultima in ordine di tempo di una serie di mosse che suggeriscono che Pechino voglia impedire di trovarsi “con un ventenne in bretelle che preme un bottone e mette in ginocchio o altera la propria curva dei tassi”, nelle parole dell’economista Michele Geraci.
La mossa più spettacolare è stata forse quella nei confronti di Alibaba e altri giganti dell’economia come Didi o Tencent. Nel caso di Alibaba, il governo è intervenuto per fermare quella che era divenuta una minaccia all’esclusiva prerogativa statale di stabilire il costo del denaro. Alibaba infatti, partito come una versione cinese di Ebay, si è allargato su numerose altre attività, accettando i depositi dei clienti su cui offriva un tasso d’interesse attraente. Ciò aveva raggiungo dimensioni tali da poter influire sulla curva generale dei tassi.
Un’altra importante misura è stata annunciata dal Consiglio di Stato cinese che, secondo la Reuters del 4 settembre, ha allargato il mercato dei futures sulle merci alla borsa di Shanghai includendo tutta una serie di nuovi contratti, tra cui anche uno sulle spedizioni marittime, ed ha accelerato gli sforzi per conquistare investitori stranieri. Tenendo presenti le recenti mosse di Pechino per imbrigliare la speculazione sulle merci, questa decisione mira probabilmente ad esercitare un controllo più ampio sulle materie prime d’importazione. Se ciò si dimostrerà efficace, escludendo i trader finanziari e ammettendo solo quelli commerciali, avrà un effetto sui prezzi mondiali, date le dimensioni dell’economia cinese.
Il mega-speculatore George Soros, prevedibilmente, è rimasto abbastanza irritato da tutto ciò. Lui ed altri temono soprattutto che Pechino sgonfi la bolla immobiliare, che ha assorbito parecchi capitali esteri, e accusano il governo cinese di voler provocare una crisi sistemica. Soros ha chiesto al Congresso USA di varare una legge per vietare i trasferimenti di capitali in Cina, prendendosela apparentemente con il fondo di gestione patrimoniale BlackRock, che invece ha annunciato l’intenzione di portare più clienti a investire in Cina. BlackRock è l’unico fondo completamente straniero autorizzato a operare in Cina.
Un Soros fuori dai gangheri ora accusa BlackRock di voler rifornire Xi Jinping di denaro per aiutarlo nel presunto scopo di consolidare il potere come autocrate a vita e diventare più aggressivo sulla scena mondiale.
Ma le minacce di Soros, anche se si arrivasse a una legge del Congresso da lui auspicata, sono un’arma spuntata. Un tempo la Cina poteva aver bisogno di capitali esteri, specialmente sulle borse azionarie o obbligazionarie, ma oggi non più. Anzi, se questo rimane un fenomeno circoscritto è tollerato, ma se comincia ad influenzare la politica macroeconomica non è tollerato.