Le grandi opportunità offerte alle imprese svizzere dalla Nuova Via della Seta, l’iniziativa cinese Belt and Road, sono state colte dal governo di Berna. Dopo la partecipazione del presidente elvetico Doris Leuthard al vertice di Pechino lo scorso maggio e il viaggio in Kazakistan del ministro del Tesoro Ueli Maurer il mese scorso, in cui egli ha espresso la volontà svizzera di co-finanziare gli investimenti infrastrutturali nell’Asia Centrale nell’ambito della Belt and Road, l’ufficio federale di promozione dell’export, Switzerland Global Enterprise, ha annunciato un seminario online (“webinar”) il 6 settembre, per presentare un quadro delle iniziative e dei progetti in cantiere.

Sarà data enfasi speciale alla sezione centro-asiatica della Nuova Via della Seta, che costituisce il collegamento tra l’Europa e la Cina.

L’invito di SGE afferma: “One Belt One Road (OBOR) o Iniziativa della Nuova Via della Seta è uno dei più grandi progetti infrastrutturali della storia. L’iniziativa si estende ben oltre lo sviluppo di collegamenti infrastrutturali e di trasporto tra l’Europa e l’Asia. Sarà creata una completa rete infrastrutturale in Eurasia. La Cina, come forza propulsiva e come principale investitore, ha messo a disposizione 40 miliardi di dollari nella cornice del Silk Road Fund.

Nell’invito si fa notare che ci sono opportunità di affari nella fornitura, nella distribuzione e nello stoccaggio di energia, come pure nei porti, nell’ingegneristica, nella logistica, nella tecnologia ferroviaria e marittima, e nel settore agricolo e degli alimentari.

Il quotidiano Neue Zürcher Zeitung ha anche promosso a suo modo la Nuova Via della Seta, nella forma di un editoriale del prof. Junhua Zhang dell’Università Jiao Tong di Shanghai, pubblicato l’11 agosto sotto il titolo “Cina: una potenza per la pace?” (https://www.nzz.ch/meinung/strategische-handelsinteressen-und-geopolitische-ambitionen-china-eine-friedensmacht-ld.1310182).

Zhang, ora docente a contratto presso la Freie Universitaet di Berlino, fa notare che la politica cinese della Nuova Via della Seta, in aggiunta a costruire infrastrutture ed aumentare la connettività in generale, ha avuto anche effetti secondari positivi, come quello di un ruolo crescente di “peace maker” in molte aree turbolente del mondo. Per essere in grado di realizzare molti progetti, la Cina deve mediare tra gruppi etnici o politici in conflitto per ripristinare la stabilità.

Egli ha fatto l’esempio di Myanmar, dove la Cina ha costruito un oleodotto e gasdotto lungo 800 km dall’Oceano Indiano alla provincia di Yunnan divisa tra Pakistan e Afghanistan, dove Pechino è mediatore di una politica regionale, o dell’Africa, dove sta cercando di far raffreddare un conflitto di confine tra Gibuti ed Eritrea. Mentre la comunità internazionale, conclude Zhang, fa bene a non accettare il progetto cinese “acriticamente”, essa dovrebbe comunque riconoscere che esso possiede una logica inerente che può far avanzare considerevolmente la pace, anche nelle aree più turbolente del mondo.