Mario Draghi e il crac in arrivo

Il “lunedi nero” della borsa di New York il 5 febbraio, nel quale il Dow Jones con la variazione inferiore al -6% ha fatto registrare il massimo crollo infragiornaliero della storia, ha suscitato brividi planetari, ma non ha sorpreso coloro, come i nostri lettori, che sanno che il sistema ha il destino segnato e che la bolla prima o poi scoppierà.

Naturalmente, nessuno conosce quando esattamente questo avverrà, ma il collasso è inevitabile e sarà peggiore di quello del 2008 a meno che non saranno state adottate preventivamente le necessarie misure. Questa realtà dovrebbe essere inclusa nella prospettiva strategica di ogni operatore politico, compreso Donald Trump, che sfortunatamente elenca il boom della borsa tra i suoi presunti successi.

Il fatto che il “lunedì nero” sia stato un semplice avvertimento e non sia ancora stato seguito dalla attesa “correzione” ha autorizzato gli imbroglioni a sostenere che fosse un “flash-crash” passeggero, tant’è vero che il mercato “si è ripreso” e via dicendo.

Tra costoro si distingue il presidente della BCE Mario Draghi (nella foto con Visco), che ormai assomiglia all’infausto capitan Schettino il quale, dal ponte della Costa Concordia inabissantesi, mentiva alla Capitaneria di Porto dicendo che la nave aveva subìto un semplice black-out. Similmente Draghi, mentre le borse venivano sconvolte dal precursore del sisma in arrivo, affermava di fronte al Parlamento Europeo che non vedeva rischi sistemici in giro.

Il 5 febbraio, presentando a Strasburgo il rapporto annuale della BCE, Draghi ha criticato la risoluzione dello stesso Parlamento Europeo che parla di rischi derivanti da bolle speculative in Europa. “Noi monitoriamo da vicino gli sviluppi in alcuni segmenti di mercato”, ha dichiarato Draghi, “come l’immobiliare commerciale e i mercati delle abitazioni in alcuni Paesi, e le obbligazioni delle imprese a basso rating. Come spieghiamo nella nostra Financial Stability Review, finora gli aumenti dei prezzi dei titoli nei mercati dell’eurozona non sono stati accompagnati da una crescita eccessiva del credito. Benché i flussi del credito stiano risollevandosi, i tassi di crescita sono ancora ben al di sotto di ciò che abbiamo visto prima della crisi e nella fascia bassa dei tassi di crescita storicamente osservati durante le riprese. Perciò, non ci sono segni di bolle sistemiche alimentate dal credito”.

Draghi ha poi fatto delle parziali ammissioni rispondendo ad alcuni eurodeputati: “Ho già affrontato, nella mia dichiarazione introduttiva, il tema delle possibili bolle attualmente formantesi nell’Eurozona. Per il momento, abbiamo poche indicazioni dell’emergenza di squilibri finanziari generalizzati. Non ci sono segni di distorsioni nel prezzo degli assets nell’Eurozona, ma alcuni segmenti vanno osservati da vicino e uno di essi è il mercato immobiliare commerciale ad alto rating, dove attualmente vediamo delle valutazioni maggiorate. In qualche grande città e in qualche Paese i prezzi immobiliari sono aumentati ad un ritmo maggiore dei redditi delle famiglie. Questo certamente va monitorato”.

È di dominio pubblico che il QE della BCE ha portato all’aumento dei corsi azionari, con molte banche e imprese che hanno acquistato le proprie azioni “on margin”, come abbiamo spiegato in uno degli scorsi numeri. Per questo, negare l’esistenza di una bolla equivale, per un’autorità finanziaria, ad un comportamento criminale.

Perfino l’Associazione Bancaria Tedesca ha lanciato un avvertimento sulle bolle nei mercati azionari (negli Stati Uniti) e nel settore immobiliare (nell’Eurozona) in una dichiarazione pubblicata l’8 febbraio (vedi). Ma le banche tedesche si assolvono: dal settore bancario germanico non proverrebbe alcun rischio sistemico. E questo, dopo che l’ex economista capo della Banca per i Regolamenti Internazionali, William White, parlando dei numerosi “punti di frattura” presenti nel sistema finanziario internazionale, ha identificato una vulnerabilità rappresentata proprio dalle Landesbanken e dalle Casse di Risparmio tedesche che si sono messe a finanziare imprese internazionali prive di rating a suon di cambiali, i cosiddetti Schuldscheine. Per non parlare del convitato di pietra, la Deutsche Bank, con i suoi 45 mila miliardi di derivati.

La separazione bancaria, promossa da anni dal nostro movimento, resta l’unica alternativa al crac in arrivo.