La riforma del MES: la risposta sbagliata all’imminente esplosione del sistema

La discussione sul MES (ESM nell’acronimo inglese) scoppiata in Italia va inquadrata nello stato catastrofico del sistema finanziario globale, che tra poco ripresenterà una situazione analoga al 2008, quando le banche centrali e i governi si rovinarono per salvare le megabanche fallite. Proprio perché il MES rappresenta il tentativo di continuare quella politica di salvataggio della speculazione a danno dei bilanci pubblici, delle famiglie e dell’economia produttiva, ci si augura che il governo italiano, sensibile alle verità messe in luce da autorevoli economisti e dal Parlamento, non si limiti a proporre emendamenti ma blocchi l’infausta riforma.

Schematicamente, il futuro MES può essere descritto come una rete di salvataggio per il sistema finanziario che fa uso sia dello strumento del “bail-in” che del salvataggio classico, prima espropriando i risparmiatori e successivamente impegnando i bilanci pubblici. In termini tecnici, è descritto come un “backstop” dell’esistente Single Resolution Fund (SRF) che dovrebbe intervenire per primo secondo le regole del bail-in. Se l’intervento dell’SRF non bastasse, si farebbe avanti il MES dotato di 700 miliardi messi a disposizione dai Paesi membri.

Questo per le banche. Se fosse invece un Paese a chiedere assistenza, sarebbero adottate regole draconiane. I cosiddetti Paesi ad alto debito avrebbero accesso a prestiti del MES solo se disposti a “ristrutturare” il debito. Per l’Italia, questo vorrebbe dire decurtare il valore dei titoli di stato detenuti dalle banche, che così vedrebbero drasticamente ridotto il proprio capitale. Non sorprende dunque che a unirsi all’allarme lanciato dagli economisti Bagnai e Borghi siano stati il governatore di Bankitalia Visco e il presidente dell’Associazione Bancaria Antonio Patuelli.

È chiaro che gli estensori della riforma del MES l’hanno concepita per far fronte all’imminente scoppio della bolla dei derivati, che minaccia soprattutto le grandi banche dell’Europa Settentrionale. Secondo l’ultimo rapporto della Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI), il volume dei derivati è sensibilmente aumentato negli ultimi sei mesi, così che l’EIR, stimando che il valore nozionale reale dei derivati sia il doppio di quello ufficiale, calcola il valore totale degli aggregati finanziari mondiali in oltre 1,8 milioni di miliardi alla fine di giugno 2019.

Secondo la BRI, il valore nozionale dei derivati OTC è salito a 640 mila miliardi di dollari alla fine del secondo trimestre. Sono centomila miliardi in più dello scosso anno, un aumento del 20% in sei mesi. La grande maggior parte di essi consiste in scommesse di vario tipo sui tassi d’interesse. Questo significa che se e quando le banche centrali perdessero il controllo sui tassi e questi risalissero, non solo salterebbero i debiti delle imprese sovraesposte, ma esploderebbero anche i derivati.

La BRI riporta inoltre che anche il valore lordo di mercato dei derivati OTC (che si presume al saldo dei valori negativi e positivi) è aumentato da 9,7 mila a 12,1 mila miliardi di dollari, spinto dall’aumento dei contratti derivati in euro sui tassi d’interesse. Questo è l’ammontare a rischio che gli scommettitori potrebbero perdere in un batter d’occhio (vedi https://www.bis.org/publ/otc_hy1911.htm).

Se si calcola il valore aggregato dei derivati, dei debiti e delle azioni, gli aggregati finanziari globali ammontano a circa 1,8 milioni di miliardi. Per ora, lo scoppio della bolla è impedito dalle crescenti immissioni di liquidità delle banche centrali. Fino a quando?