La politica turca (e di Obama) verso la Siria sta per fallire

La politica turca di sostegno al rovesciamento del Presidente siriano Bashar Assad sta per fallire a causa della possibilità concreta che la Siria si divida in enclavi sunnite, alawite e curde se crolla il governo centrale. La prospettiva di uno stato curdo lungo il confine con le province di etnia curda al sud della Turchia, dove il governo combatte il Partito dei Lavoratori del Curdistan (PKK) ha creato una tempesta politica ad Ankara.

Ricordiamo che la moderna nazione turca nacque perché Kemal Mustafa Ataturk combatté una guerra di liberazione per fermare i piani britannici per balcanizzare ulteriormente l’impero ottomano sostenendo gruppi etnici conflittuali che rivendicavano la “Grande Armenia” e il “Grande Curdistan”.

Il campanello d’allarme ha suonato quando il leader curdo Massoud Barzani ha rivelato che il suo governo regionale sta addestrando combattenti siriani di etnia curda. Ancor più allarmante è il fatto che ciò era parte di un accordo tra i curdi iracheni e il Partito di Unione Democratica Siriano (PYD) che è notoriamente affiliato al PKK, partito fuorilegge che combatte il governo turco da quattro decenni.

Le dichiarazioni di Barzani hanno irritato il Primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, che ha evocato minacce di una reazione militare turca se i curdi siriani contemplassero l’idea di un attacco alla Turchia. Il quotidiano di lingua inglese Zaman, che ha finora fiancheggiato il governo, riferisce che il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, “architetto di una politica” di rovesciamento del governo siriano, “è al centro di crescenti critiche dopo che la prospettiva di una Siria divisa e una nuova amministrazione curda autonoma vicina al confine turco nella Siria settentrionale ha destato allarme”. Gli osservatori, continua il quotidiano, “sono preoccupati che ciò possa sia alimentare il separatismo del PKK in Turchia, sia essere l’inizio della disintegrazione della Siria in un nord curdo, un’enclave alawita attorno a Latakia e una zona araba sunnita”.

Il capo dell’opposizione turca, il leader del Partito Repubblicano del Popolo Kemal Kilicdaroglu, ha ammonito che la Turchia ora si trova nei guai. “Non vogliamo che il nostro popolo paghi il prezzo degli interessi occidentali. Non vogliamo che la Turchia sia trascinata nel pantano. In sintesi, non vogliamo la guerra. Dovevamo essere il game-maker nell’area, siamo finiti con l’essere giocati”.

“I nazionalisti turchi”, scrive il diffusissimo Hurriyet in un editoriale, “sono in agitazione perché le condizioni che Ankara non poteva prevedere o controllare stanno facendo da levatrice per un ‘Grande Curdistan’, e bombardano il governo e specialmente l’ambiziosissimo ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu con critiche al vetriolo”. Se Ankara autorizzasse operazioni militari contro i curdi siriani, ciò potrebbe “trascinare il paese in nuove e indesiderate avventure”, “aggravando il problema curdo in Turchia”, conclude il giornale.

In un altro articolo, lo stesso giornale sottolinea che nel giro di una settimana la Turchia si è ritrovata con un confine curdo lungo 1.200 chilometri, che comprende i 40 km di confine con il governo regionale curdo in Iraq e gli 800 km di confine con la regione curda della Siria. Se la “primavera araba” diventasse una “primavera curda”, ne sarebbero contagiate le province curde del paese, una situazione che “non può essere lasciata alle fantasie di un accademico”, in un riferimento a Davutoglu che iniziò la sua carriere come professore universitario.