La politica energetica tedesca è “la più stupida del mondo”

Questo è il titolo di un editoriale del 29 gennaio sul Wall Street Journal, scritto dopo che la Commissione per l’Uscita dal Carbone tedesca aveva concluso la seduta finale con la raccomandazione di chiudere le centrali a carbone entro il 2038. “Avendo sprecato innumerevoli miliardi di euro nelle rinnovabili e inflitto costi dell’energia tra i più alti in Europa alle famiglie e alle imprese tedesche, ora Berlino promette di estinguere l’ultima fonte affidabile di energia rimasta alla Germania”, ha ammonito il quotidiano economico statunitense, che non è il solo nel mondo a chiedersi come la Germania intenda rimanere una nazione industriale eliminando carbone e nucleare, che assieme soddisfano quasi la metà dei consumi nazionali.

La politica del governo per rottamare completamente le centrali a carbone non solo porterà a prezzi più alti dell’elettricità per imprese e privati, ma anche a una cronica mancanza di energia. L’eolico, il solare e le biomasse non possono bastare. Già oggi Polonia e Repubblica Ceca esportano elettricità nelle regioni orientali della Germania, elettricità generata dal carbone e dal nucleare, mentre Francia, Austria e Svizzera riforniscono le regioni occidentali e meridionali con l’idroelettrico e il nucleare. Come farà l’industria ad alta intensità energetica, che oggi dà lavoro a milioni di persone, a sopravvivere?

Gli impianti a carbone sono già economicamente a rischio o addirittura vietati, come nel caso della centrale Datteln IV dell’Uniper, la più moderna d’Europa, che la Commissione chiede di non allacciare alla rete a completamento dei lavori nel 2020. Un miliardo e mezzo di investimento perduti.

Mentre la lobby di protezione del clima si vanta che “quasi il 40%” della produzione energetica nazionale proviene dalle rinnovabili, omette di dire che tale alta percentuale è dovuta alle dismissioni delle “non rinnovabili”: la lignite è a -22.5%, l’antracite a -14%, il nucleare a -11,7%, l’idroelettrico a -5,2% mentre il gas naturale, ora al 13,2%, è il prossimo bersaglio degli ambientalisti anche per motivi geopolitici, in quanto la maggior parte del gas proviene dalla Russia.

Il costo della marcia verso l’era delle rinnovabili è enorme: 25 miliardi di euro all’anno per promuovere e sovvenzionare solare, eolico e biomasse; 40 miliardi in totale per la chiusura del settore del carbone nei prossimi 17-20 anni; più due miliardi all’anno per sovvenzionare i prezzi al consumo dell’elettricità e del riscaldamento, che aumenteranno. Già oggi le imprese pagano un prezzo doppio di quello della vicina Francia, dove il 69% dell’elettricità consumata e il 17% dell’energia sono di fonte nucleare.