La Germania è minacciata dalla deindustrializzazione auto-imposta

Mentre il governo tedesco rassicura di “avere tutto sotto controllo”, le associazioni di categoria hanno lanciato l’allarme: il Paese si avvia verso un disastro economico senza precedenti. Lo stesso vale per gli altri paesi europei che, con le sanzioni, hanno rinunciato deliberatamente alle forniture di gas russo, nel mezzo del suicida Green Deal.
Una nuova analisi della Deutsche Bank, pubblicata il 21 settembre, prevede una “profonda recessione” per l’Europa nel 2023. Nel rapporto, l’economista capo Mark Wall ammette che “la previsione di base che abbiamo fatto a luglio di una mite recessione per questo inverno è risultata troppo ottimista”. Wall e la sua squadra si aspettano che il PIL dell’Eurozona scenderà di circa il 3% nei prossimi sei mesi, ma aggiungono che “non si può escludere un calo ancora più marcato questo inverno”.
Il principale quotidiano economico tedesco, Handelsblatt, ha dipinto un quadro a tinte fosche delle difficoltà incontrate dall’industria a causa dei prezzi dell’energia, con molti settori che già applicano tagli alla produzione per risparmiare sui costi delle bollette. Logicamente, i settori a più alta intensità energetica sono i più colpiti: l’acciaio (5%) e la chimica (8%). I produttori di fertilizzanti hanno tagliato l’output del 70%.
In generale, si registra un taglio della produzione del 25% in tutto il paese. Una riduzione di attività di queste dimensioni è certamente uno dei motivi per cui le riserve strategiche di gas sono piene quasi al 90%, stando alle cifre del governo. Meno produzione significa meno consumo.
“Gli esperti si aspettano che la rapida perdita di competitività potrà cambiare l’economia tedesca in senso duraturo”, ha scritto Handelsblatt citando Oliver Falck, capo del Centro di Economia Industriale all’IFO di Monaco, uno dei più grandi istituti di ricerca economica della Germania. Se i prezzi dell’energia rimarranno alti a lungo termine, molte industrie potrebbero decidere di trasferirsi all’estero.
Ciò riguarderebbe principalmente le imprese ad intensità energetica nell’industria dei metalli e della chimica, come pure degli idrocarburi, del vetro, della ceramica e della carta. La maggior parte di queste imprese soffrivano già di svantaggi competitivi prima della guerra in Ucraina, ma come fa notare Falck, “l’attuale crisi sta accelerando il processo”. I prezzi alla produzione sono aumentati del 45,8% in agosto rispetto a luglio, il più alto aumento dal 1949, da quando esistono le statistiche.
Il problema potrebbe essere facilmente alleviato cambiando la politica energetica. Il governo potrebbe, ad esempio, decidere definitivamente di mantenere in esercizio le tre centrali nucleari per cui è prevista la chiusura a fine anno. Potrebbe anche smarcarsi dalla politica guerrafondaia della NATO e negoziare l’apertura del gasdotto Nord Stream 2 (sempre che l’incidente del 27 settembre non sia irreparabile). Ma ciò richiede, come era solito ripetere Lyndon LaRouche, il coraggio di abbandonare gli assiomi che si sono dimostrati fallimentari.