La crisi di Credit Suisse rilancia il tema della separazione bancaria

Il 6 aprile Credit Suisse ha annunciato perdite ufficiali per 4,4 miliardi di franchi svizzeri dal fallimento del fondo Archegos. Tuttavia, secondo gli esperti le perdite reali, a cui si aggiungono quelle per il fallimento del fondo Greensill, sarebbero ben più alte. Intanto, il prezzo delle azioni CS è sceso sotto i 10 CHF e la banca potrebbe non soddisfare più i requisiti patrimoniali.
La crisi di CS, banca sistemica, è stata innestata da “margin calls” (richieste di collaterale) da parte di investitori che iniziano a preoccuparsi del botto della megabolla azionaria in avvicinamento. La cosa si ripeterà verosimilmente con maggiore frequenza nelle prossime settimane e investirà altre megabanche, tra cui spicca per vulnerabilità JPMorgan Chase.
Come CS, JPMorgan non sta comunicando le perdite subite nel caso Archegos, nonostante si vociferi di partecipazioni in imprese verso cui Archegos era esposto. Secondo il rapporto trimestrale dell’Office of the Comptroller of the Currency (OCC), JPMorgan Chase è esposta per 2,65 mila miliardi di dollari in valore nozionale di derivati azionari, una cifra equivalente al 63% dell’esposizione totale delle banche USA nel settore specifico (4,197 mila miliardi). Inoltre, il 72% di questa esposizione è fuori bilancio, cioè si tratta di contratti bilaterali che sfuggono agli enti di controllo. In generale, le banche USA sono molto più esposte in derivati azionari oggi che nel 2008, quando l’esposizione totale ammontava a 2,2 miliardi.
È impossibile evitare che la bolla esploda, a meno che le banche centrali non stampino tanto denaro da produrre una vampata iperinflazionistica. In altre parole, il sistema è destinato alla distruzione in un modo o nell’altro. Per evitare il peggio c’è solo una soluzione: la separazione bancaria secondo il modello Glass-Steagall, la legge bancaria varata da Roosevelt nel 1933.
Questa proposta è stata rilanciata dall’economista Marc Chesney, capo del dipartimento di banca e finanza all’Università di Zurigo, con un’intervista al Tagesanzeiger il 3 aprile (https://www.tagesanzeiger.ch/ja-ein-knall-ist-wahrscheinlich-die-signale-stehen-auf-rot-875582961436). Il prof. Chesney è spesso relatore alle iniziative pubbliche dell’associazione Impulswelle.ch, un gruppo di amici dello Schiller Institute in Svizzera.
Prendendo spunto dai guai di Credit Suisse, Chesney li ha definiti “un nuovo episodio della crisi permanente della bisca finanziaria. Ci sono fasi più o meno acute e, ad un certo punto, succedono queste cose come dal nulla. È [una banca] molto opaca, ma noi, i cittadini, dovremmo conoscere ciò che accade. Credit Suisse è sistemicamente rilevante e perciò ha una responsabilità verso il contribuente.”
“La combinazione di debito elevato e derivati è la ricetta per crisi acute; è stato così nel 2008 ed è ancora, regolarmente, il caso.”
Le giustificazioni addotte dalle banche per il gioco d’azzardo con i derivati, come quella che così facendo ci si assicura contro il rischio, “sono ridicole”, spiega Chesney. “Il valore nozionale dei derivati in Svizzera era, lo scorso autunno, pari a 26 mila volte il PIL. Come si fa a credere che i clienti delle banche svizzere abbiano rischi da coprire per 26 mila volte l’output nazionale?”
Chesney propone che si restringa l’uso di derivati a coloro che necessitano veramente di assicurarsi, come si fa per le RC auto. Non è possibile assicurare il veicolo del vicino e non si scommette che questi subisca un incidente.
Che altro? “Abbiamo bisogno di banche più piccole e, come nel passato negli USA, una separazione tra le banche di deposito e le banche d’affari. Così, le banche che fanno investimenti ad alto rischio possono fallire senza provocare gravi danni al resto dell’economia. Ma le trenta più grandi banche del mondo sono fondamentalmente convinte che non falliranno mai, perché lo stato le salverà. Ciò alimenta l’illusorio incentivo ad avventurarsi in rischi sempre maggiori a spese del contribuente.”
“Un botto è probabile”, ha concluso Chesney: “Ora dobbiamo non solo risolvere gli effetti della pandemia o della crisi, ma dobbiamo riconoscere i motivi alla base di questa”.