La crisi delle banche italiane mostra gli errori inerenti al sistema

Contrariamente alle rassicurazioni della BCE, ripetute all’ultima riunione del Consiglio il 20 luglio, secondo cui l’economia è in ripresa, l’unica cosa che si è ripresa sono i profitti delle banche speculative, mentre l’economia fisica della regione transatlantica ristagna, per non dire di peggio.

Le banche americane registrano profitti da record mentre quelle italiane accusano perdite storiche, un paradosso che riflette il divario tra l’economia finanziaria e quella reale.

Le dieci principali banche statunitensi, tra cui JP Morgan Chase e Bank of America, hanno incassato trenta miliardi di dollari di utili nel secondo trimestre, quasi quanto nello stesso periodo del 2007, secondo dati compilati da Bloomberg. Negli ultimi dodici mesi il totale è 115 miliardi, appena due miliardi al di sotto del livello dello stesso periodo 2006-2007.

In altre parole, le megabanche degli Stati Uniti fanno gli stessi profitti che facevano alla vigilia della crisi finanziaria. Questa non è una buona notizia, perché il PIL nominale americano cresce al di sotto del 2%. Questo significa che nonostante le famose regole della riforma finanziaria di Obama (Dodd-Frank), le banche fanno più o meno quello che facevano prima della crisi. Anzi, il volume di attività è aumentato, dato che l’utile per azione è sceso. Questa bolla è cresciuta grazie alla politica degli interessi nulli della Federal Reserve, che ora sta giungendo al termine.

Sull’altra sponda dell’Atlantico si sta incubando una crisi bancaria, il cui epicentro è in Italia, aggravata, se non causata, dalle cosiddette regole BCE/UE.

La crisi bancaria italiana è un prodotto dell’austerità fiscale imposta dall’UE e dal sistema dell’Euro, che ha portato alla più grave e lunga recessione del dopoguerra, e all’accumulo di sofferenze bancarie (Non Performing Loans) per almeno duecento miliardi. Le regole dell’Unione Bancaria vietano alle banche di negoziare soluzioni con i debitori commerciali, e pongono scadenze strette per liberarsi dalle sofferenze ed evitare la cosiddetta “risoluzione” che comporta la procedura del bail-in.
Queste stupide regole hanno avuto diversi effetti catastrofici, aggravando la crisi sia delle banche sia dell’economia reale. Lo spettro del bail-in ha creato il vuoto nel mercato obbligazionario, riducendo una tradizionale fonte di finanziamento delle banche. Al contempo, l’arrivo di una montagna di sofferenze sul mercato ha depresso ulteriormente il valore del collaterale in garanzia, spesso proprietà immobiliari (la casa) o capannoni industriali. Il mercato immobiliare era già crollato del 50% dopo la “cura Monti” e ora le banche non spuntano oltre l’11-13% sulle sofferenze in vendita.

La continua discesa dei valori immobiliari significa che gran parte della ricchezza delle famiglie, tradizionalmente investita nella casa, è stata spazzata via.

Come se non bastasse, l’UE sta per introdurre nuove regole che costringeranno le banche italiane a emettere nuovi titoli di debito subordinato per adeguarsi ai nuovi standard del cosiddetto MREL (Minimum Requirement for Own Funds and Eligible Liabilities), che non è altro che la quota di titoli potenzialmente soggetti al bail-in. Secondo Marcello Minenna, funzionario della Consob e docente alla Bocconi, il divario da colmare è tra i 79 e i 111 miliardi di euro. Ma, se nel passato le banche hanno potuto impunemente vendere bond subordinati agli ignari clienti spacciandoli per titoli “sicuri”, dopo i recenti scandali bancari e le azioni legali sarà molto difficile piazzarne di nuovi.