La BCE e l’UE vogliono punire l’Italia con la Troika

La scorsa settimana, la Banca Centrale Europea ha preso due decisioni che mostrano la ferma determinazione delle istituzioni dell’UE a perseguire le stesse politiche respinte dagli elettori italiani al referendum del 4 dicembre e “punire” l’Italia per l’esito del voto.

Da una parte, la BCE ha annunciato la prosecuzione dell’accanimento terapeutico nei confronti del sistema finanziario, prolungando il programma di Quantitative Easing. Dall’altra, si è rifiutata di aiutare Monte dei Paschi minacciata di insolvenza. Mentre il QE mira a tenere in piedi le banche “zombie” piene di titoli tossici, MPS rappresenta anche un pezzo di economia reale.

La BCE ha annunciato la prosecuzione del QE oltre la scadenza del 31 marzo, fino alla fine del 2017. Allo stesso tempo ha ridotto l’ammontare degli acquisti mensili, da 80 a 60 miliardi. Questo ha indotto qualcuno a parlare di inizio di “uscita” dal QE, ma Draghi si è affrettato a chiarire che non c’è strategia di uscita e che “la BCE starà sul mercato”.

Infatti, più volte nei mesi scorsi la BCE non era riuscita a raggiungere quota 80 (e guarda caso si era fermata a 60), perché scarseggiano i titoli da acquistare! Tant’è vero che oltre a ridurre la quota, l’istituto di Francoforte ha anche allargato il ventaglio dei titoli acquistabili, riducendo la scadenza minima dei titoli da due a un anno.

Il settimanale tedesco Der Spiegel ha correttamente osservato che il mezzo trilione che la BCE emetterà, andrà a gonfiare la bolla azionaria e immobiliare che in Germania ha già assunto dimensioni preoccupanti. Tutte le bolle finiscono in un crac, ha ammonito Der Spiegel.

MPS invece ha visto respingere la richiesta di rinviare la scadenza del 31 dicembre per la ricapitalizzazione ordinata dall’autorità bancaria europea. MPS, come sappiamo, è una banca tradizionale che dopo le leggi Draghi-Amato (1995) si lanciò in un'”espansione inorganica”, come descritto nella relazione della Commissione d’inchiesta del Consiglio Regionale Toscano, che culminò nel folle acquisto di banca Antonveneta per un prezzo triplo di quello reale e a costi complessivi di 18 miliardi di euro. Per coprire il buco in bilancio, furono acquistati i famosi derivati “Alexandria” e “Cantorini” da Deutsche Bank e Nomura, da cui derivarono ulteriori perdite per MPS.

MPS però è anche gravata di 47 miliardi di sofferenze (Non Performing Loan, NPL), crediti alle imprese e alle famiglie, a fronte dei quali ha accantonato riserve per 20 miliardi. La “soluzione di mercato” imposta dalla BCE prevedeva l’aumento di capitale per 5 miliardi sottoscritto da un consorzio capeggiato da JP Morgan e l’acquisto dei NPL da parte del fondo Atlante coperto da garanzie statali. Il piano è fallito e un’alternativa “di mercato” prima del 31 dicembre è impossibile.

A questo punto, le direttive dell’UE impongono il “bail-in”, ma questo sarebbe un suicidio politico per il governo. Si fa strada l’idea che le migliaia di risparmiatori che detengono circa due miliardi di obbligazioni subordinate vengano risparmiati dal bail-in, un’opzione rafforzata dalle dichiarazioni di Jens Weidmann, il governatore della Bundesbank, che il 12 dicembre ha dichiarato alla Reuters che si potrebbe fare un’eccezione per risparmiatori che hanno acquistato prodotti a rischio mentre “cercavano in realtà prodotti più tradizionali”. “Se ora, per ragioni politiche, si vuole proteggere investitori che si considerano bisognosi di una protezione speciale, ciò potrebbe per esempio avvenire nel quadro di trasferimenti statali mirati”, ha chiosato Weidmann.

Questo non risolve però il nodo delle risorse da destinare al salvataggio degli obbligazionisti e all’aumento di capitale di MPS – senza considerare le altre banche che si trovano in una situazione simile, anche se non grave come quella della banca senese. Già l’Italia ha sforato sul deficit e si preannuncia una bocciatura della legge finanziaria da parte della Commissione Europea.

È qui che un Volker Wieland, ascoltato membro del Consiglio degli Economisti del governo tedesco, denominati “i cinque saggi”, ha indicato all’Italia la via obbligata dell’ESM, il cosiddetto fondo “salvastati”, in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt il 6 dicembre. “L’Italia dovrebbe rivolgersi all’ESM” e anche il FMI dovrebbe essere “coinvolto nel programma di aiuti”. Questo, “da una parte, rappresenterebbe uno ‘scudo’ nel caso di una crisi del debito italiano, e dall’altra parte, ESM e FMI assieme potrebbero applicare la giusta pressione per sbloccare le riforme”, ha dichiarato Wieland.

La strada del nuovo governo Gentiloni è dunque tutta in salita, a meno che non si vogliano ripetere le gesta del governo Monti, che però si pagherebbero amaramente alle urne.