Cina e USA: quand’è che la ripresa è reale?

Benché i dati sul PIL statunitense per il primo trimestre saranno pubblicati solo il 29 aprile, si può già fare un paragone tra le due “riprese”, quella americana e quella cinese.
L’economia cinese è cresciuta del 18,3% nel primo trimestre rispetto ai primi tre mesi del 2020, ipotecando una crescita di oltre l’8% per quest’anno, confermando le previsioni del FMI. Al confronto, per l’economia statunitense si prevede una crescita annua del 6%, sempre secondo il FMI. Due forti riprese, che trainano l’economia mondiale? Non proprio.
Mentre la ripresa cinese è basata sulla crescita fisica (reale), quella americana poggia su valori finanziari fittizi, su una bolla che sta per scoppiare. Il fattore principale della crescita cinese nel primo trimestre sono gli scambi con l’estero, a indicare che Pechino traina l’economia mondiale. L’export-import cinese è cresciuto del 29,2% a 8,47 mila miliardi di yuan (1300 miliardi di dollari). Più importante delle cifre del PIL e del commercio estero è, tuttavia, l’indice del benessere della popolazione. Nonostante la pandemia, nel 2020 la Cina ha eliminato la povertà assoluta; essa pianifica di creare 11 milioni di nuovi posti di lavoro nel 2021, mentre negli Stati Uniti la povertà è cresciuta, come nel resto dei Paesi aderenti all’OCSE. Attualmente, 23 milioni di americani sono disoccupati, tra chi cerca lavoro e chi non compare negli elenchi ufficiali perché il lavoro non lo cerca più.
Un altro fattore importante per valutare lo stato di salute di un’economia nazionale è il credito. A fronte di un’espansione senza precedenti di liquidità, il totale dell’esposizione creditizia (prestiti) delle quattro grandi banche commerciali statunitensi – JPMorgan Chase, Citigroup, Bank of America e Wells Fargo, non cresce dalla fine del 2008, incollato a 3600 miliardi di dollari. Per contrasto, i depositi delle quattro megabanche sono raddoppiati, a 6300 miliardi, nello stesso periodo di tempo, grazie ai programmi di “quantitative easing” della Federal Reserve, che ha creato per loro riserve in eccesso.
Perciò, anche escludendo le due banche d’affari che la Fed trasformò in banche commerciali con un colpo di bacchetta, Goldman Sachs e Morgan Stanley, le “Big Four” hanno usato la metà dei depositi per speculare in azioni, obbligazioni, contratti swap, repo e altri titoli derivati – JPMorgan Chase, di cui abbiamo parlato la scorsa settimana, ben più della metà, con meno di 2.300 miliardi di depositi e poco più di mille miliardi di prestiti a imprese e famiglie (vedi https://www.zerohedge.com/markets/stunning-divergence-latest-bank-data-reveals-something-terminally-broken-financial-system).
L’intero sistema bancario statunitense è in una situazione senza precedenti, con i depositi che superano i prestiti del 7% e, se si prendono le “Big Four”, del 100%! Uno stato di cose che urla allo “spacchettamento”, e cioè alla riforma Glass-Steagall (https://movisol.org/tag/separazione-bancaria/).