Quindici mesi fa, il governo tedesco uscente e quello entrante concordarono la creazione di un fondo straordinario da 500 miliardi di euro, fuori bilancio, destinato al riarmo in funzione di deterrenza nei confronti della Russia. La SPD accettò questa misura in cambio dell’approvazione, da parte della CDU, di un secondo fondo della stessa entità, destinato agli investimenti nelle infrastrutture civili. Da allora, un’enorme quantità di energie politiche e miliardi di euro sono stati destinati al riarmo, mentre il flusso di risorse verso il settore civile – dove ponti, autostrade e ferrovie necessitano urgentemente di interventi di manutenzione – è stato molto più lento. Un rapporto interno del Ministero delle Finanze rileva che nel 2025, invece dei 37 miliardi di euro previsti, il settore delle infrastrutture ha ricevuto investimenti per soli 24 miliardi. Le risorse destinate a entrambi questi grandi fondi speciali provengono da nuovo indebitamento pubblico, il che fornisce ai sostenitori del rigore di bilancio un valido argomento per imporre profondi tagli ad altri capitoli di spesa, come il welfare, le pensioni e la sanità, ma non al settore della difesa.
Una Commissione per la riforma delle pensioni, nominata dal governo, ha proposto di innalzare gradualmente l’età pensionabile fino a 70 anni, di abolire la pensione anticipata con 45 anni di contributi versati e diverse deroghe previste per casi particolari, e di obbligare i lavoratori dipendenti a versare fino al 2% del proprio reddito nei mercati finanziari, tramite un nuovo Fondo Pensione Statale. Ovviamente, il fondo non gestirebbe il patrimonio in prima persona, ma si affiderebbe ai soliti noti, come BlackRock. L’ovvia singolarità di un Cancelliere ex-BlackRock autore di tale riforma è sfuggita ai media pronti a mettere in berlina le magagne della “casta”.
Tuttavia, il dibattito non affronta la realtà economica delle ragioni per cui, secondo alcuni, il sistema pubblico non sarebbe più in grado di garantire in futuro il pagamento delle pensioni. Il grande problema della Germania è che decisioni governative considerate sbagliate – come l’abbandono dell’energia nucleare e l’interruzione delle importazioni di gas naturale russo a basso costo, sostituite con gas naturale liquefatto (GNL) e fonti di energia “verde” – hanno aumentato i costi di produzione, provocando una marcata deindustrializzazione, in particolare nei settori ad alta intensità energetica. Inoltre, l’entusiasmo per la transizione verde ha spinto il settore automobilistico ad accelerare l’abbandono dei veicoli a benzina e diesel per puntare sulla produzione di auto elettriche.
Per Volkswagen, il principale costruttore automobilistico tedesco, il sogno della mobilità elettrica si è infranto nel 2024 e nel 2025, provocando perdite di investimenti per miliardi di euro e la produzione di veicoli che quasi nessuno era disposto ad acquistare. Le vendite del furgone elettrico ID. Buzz, ad esempio, avrebbero dovuto raggiungere le 120.000 unità all’anno, ma nella prima metà del 2026 ne sono stati venduti soltanto 30.000. Anche altri modelli elettrici hanno registrato risultati analoghi. Inoltre, la direzione della Volkswagen sta pianificando l’eliminazione di 100.000 posti di lavoro e la chiusura di quattro stabilimenti in Germania.
La deindustrializzazione comporta meno posti di lavoro, redditi più bassi per la popolazione e quindi minori contributi versati al sistema pensionistico pubblico: è così semplice. L’alternativa per l’Europa sarebbe abbandonare il Green Deal e i programmi di riarmo ritenuti improduttivi, avviando invece partenariati produttivi con i Paesi del Sud globale, dove i bisogni di sviluppo sono enormi.