La dinamica di fondo è positiva anche se non sembrerebbe, seguendo i media “mainstream” in Europa e negli Stati Uniti, che dipingono scenari futuri a tinte fosche. Lo ha sottolineato Helga Zepp-LaRouche in una teleconferenza internazionale l’11 gennaio.

In primo luogo, l’Iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina continua a offrire sviluppo economico reciproco a un numero crescente di regioni, coinvolgendo sempre più India e Giappone. L’Africa può sperare per la prima volta nello sviluppo delle infrastrutture e dell’economia. Il processo di riconciliazione tra Corea settentrionale e Corea meridionale è un altro esempio lampante dello spirito della Via della Seta in azione, senza negare l’input di Trump. Inoltre, il presidente cinese Xi Jinping e quello russo Vladimir Putin hanno forgiato un rapporto di lavoro molto stretto e coordinano una serie di temi.

Anche sul fronte della cosiddetta “guerra commerciale” tra Cina e Stati Uniti, l’ultimo giro di negoziati è stato giudicato positivo da entrambe le parti, che rimangono fiduciose di raggiungere un accordo.

A tutto ciò va aggiunta l’importantissima intenzione, espressa da Trump, di porre fine al ruolo degli Stati Uniti come “poliziotto del mondo”, che apre la strada a soluzioni diplomatiche alle varie crisi nell’Asia Sudoccidentale (il “Medio Oriente” della geopolitica britannica) e alla sconfitta del terrorismo. Questa dinamica mette alle strette l’establishment europeo e americano, che si sente mancare la terra sotto i piedi anche a causa del crollo imminente del sistema finanziario annunciato dalla frana delle borse. Nel 2018, il DAX tedesco ha perso il 18%, Londra il 12,4%, Parigi l’11% e Wall Street (l’indice S&P 500) il 20%, il risultato peggiore dal 2008.

Ma la preoccupazione principale dell’establishment continua a essere il Presidente del Paese (ancora) più potente del mondo, Donald Trump. Nonostante il tentato golpe del Russiagate non sia ancora riuscito a disarcionarlo, i golpisti tentano tutte le strade, anche quelle disperate.

Come interpretare altrimenti i servizi pubblicati dal New York Times la scorsa settimana, secondo i quali l’FBI avrebbe aperto un’inchiesta di controspionaggio sul Presidente dopo che questi ebbe licenziato il direttore del Bureau James Comey, per stabilire se fosse colpevole di tradimento?

Insuperabile l’articolo di Greg Miller sul Washington Post del 13 gennaio, nel quale si sostiene che Trump complottasse in segreto contro gli Stati Uniti, negli incontri e nelle telefonate con Vladimir Putin; complotto presumibilmente provato dal fatto che tenne riservati alcuni aspetti di queste conversazioni e non le rivelò ai consiglieri principali. Ovviamente non ci sarebbe niente di strano o insolito in ciò, tranne che si tratta di Trump e Putin.

In risposta al servizio del New York Times, Trump ha scritto su twitter.com che “intendersi con la Russia è buona cosa, non cattiva cosa”, facendo ancor più arrabbiare i suoi detrattori.