Sovranità nazionale e ritorno ai principii di Westfalia

La dinamica messa in moto dalla Iniziativa Belt and Road cinese è stata un fattore determinante, anche se discreto, dell’Assemblea Generale dell’ONU di quest’anno. Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha tenuto molti incontri bilaterali con altri leader di rilievo mondiale ed è intervenuto in numerose conferenze a New York, durante le quali ha rimarcato gli aspetti cooperativi (“win-win”) della BRI e l’apertura alla partecipazione di tutti al grande progetto di sviluppo.

Contrariamente a quanto sostengono molti, la BRI non è in contraddizione con la difesa della sovranità nazionale, un tema che Donald Trump ha toccato nel suo intervento all’ONU. Il pensiero del governo cinese in risposta ai detrattori è riflesso in un editoriale del Global Times il 25 settembre, che ha notato che “la sovranità svolgerà un ruolo positivo se premessa sull’eguaglianza, il principio fondamentale cui tutti aderiscono. Storicamente, i concetti di sovranità e di eguaglianza tra le nazioni nacquero contemporaneamente nella Pace di Westfalia [del 1648], un trattato di pace che per primo introdusse e assicurò l’eguaglianza delle nazioni sovrane.

Oggi l’indivisibilità di sovranità ed eguaglianza riveste un significato cruciale per il mondo”.

Questa è in effetti una nozione chiave per le relazioni internazionali, che lo Schiller Institute e il nostro sito hanno approfondito e difeso con forza, contrastandone l’erosione subita nell’ultimo decennio.

Il Presidente Emmanuel Macron, per esempio, nel suo intervento all’ONU, ha erroneamente affermato che la crisi odierna è dovuta al fallimento dell'”ordine mondiale westfaliano” di regolarne gli errori finanziari, sociali e climatici. Al contrario, la crisi è il risultato della stessa globalizzazione, che è l’antitesi dell’ordine westfaliano. La globalizzazione fu promossa per primo dall’ex Premier britannico Tony Blair, che proclamò la fine dell’era della sovranità nazionale in un discorso tenuto a Chicago nel 1999, proponendo invece una “dottrina internazionale” da allora nota come “responsabilità di proteggere” (R2P) o “interventismo umanitario”. Questa servì come pretesto per innumerevoli interventi militari in nazioni sovrane, a cominciare dal Kossovo, per rovesciare regimi ritenuti indesiderabili dalle potenze occidentali.

Si ricorderà che Tony Blair è colui che all’epoca convinse il Presidente Bush, sulla base di prove che egli sapeva fossero false, per lanciare la guerra in Iraq senza mandato dell’ONU, per poi promuovere gli interventi illegali in Libia, in Afghanistan, in Siria, ecc. Lo stesso Emmanuel Macron, nel suo breve mandato presidenziale, ha pienamente sostenuto tali avventure militari all’estero, difendendo allo stesso tempo il sovrannazionalismo dell’Unione Europea.

Se Donald Trump (nella foto con Putin) è disposto a rovesciare quel “colonialismo con un altro nome”, tale aspetto della sua politica merita un sostegno internazionale.