Soros al Washington Post: le cose non vanno come vorrei

Dopo l’attacco a Donald Trump da un palco del Festival dell’Economia di Trento, e le accuse a Salvini che ha smentito di essere sulla busta paga di Putin, ma si è detto indignato per il fatto che uno speculatore come Soros venga invitato in Italia, il megaspeculatore è stato intervistato dal Washington Post e ha dichiarato: “Tutto quel che poteva andare storto, è andato storto”, riferendosi all’elezione di Trump alla Casa Bianca.

Certo è che, dopo aver investito almeno 25 milioni di dollari per far vincere Hillary Clinton, si è reso conto di “aver vissuto dentro una mia bolla” e non aver capito il fenomeno in arrivo.

Il piano di investire altri 18 milioni nel 2018 è in forse. Confessa che la sua campagna per assediare e controllare il sistema giudiziario americano tramite le elezioni di procuratori distrettuali (equivalenti in Italia ai pubblici ministeri, “l’acciarino del sistema giudiziario”, per Soros) “s’è scontrata contro un muro, in California”. Tre dei suoi candidati in quello Stato hanno perso alle primarie e il quarto è a rischio di esclusione. E in gran parte è stato il suo stesso interessamento a determinarne il fallimento.

Soros sostiene di essere “molto” seccato per la discussione, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, sulla sua visione del mondo e le sue pratiche speculative e di come esse siano state determinate dalla sua esperienza di collaborazione di adolescente con gli occupanti nazisti della sua Ungheria, allorché appunto sequestrò i beni dei suoi connazionali ebrei destinati a morte nei campi di concentramento.

Finora il denaro di Soros lo ha spinto a interessarsi molto delle sorti dell’American Civil Liberties Union (ACLU), uno dei principali destinatari dei 150 milioni annui che la sua Open Society Foundation riserva alle operazioni negli Stati Uniti, e a una buona parte dei dirigenti del Partito Democratico americano. L’ex direttore politico della Casa Bianca occupata da Obama, Patrick Gaspard, è ora alla guida della fondazione e il Washington Post riconosce Soros come “uno dei più affidabili e generosi donatori al Partito Democratico”. Ciò spiega, in parte, la tendenza autodistruttiva del partito, che si ostina ad aderire agli sforzi britannici di “affossare Trump, costi quel che costi”, sforzi che Soros condivide.