La verità dietro la crisi energetica europea

Qualcuno dovrebbe spiegare ai cittadini europei che a Greifswald, una cittadina tedesca sul Mare del Nord, c’è il terminal di un gasdotto nuovo di zecca che potrebbe consegnare immediatamente 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno, che colmerebbero quasi completamente la carenza europea di gas, sia per i consumi, sia per riempire le scorte strategiche, ma che però Bruxelles, nella sua infinita saggezza e sensibilità sociale, sta bloccando preferendo fare acquistare il gas sul mercato a pronti (spot), dove costa quattro volte tanto, quando se ne trova. Il lettore ha capito che stiamo parlando del famoso gasdotto Nord Stream 2 e che il motivo per cui l’UE e la Germania non hanno ancora concesso la licenza è interamente di natura politica.
Il Presidente russo Vladimir Putin, all’incontro del Valdai Club, non ha potuto far altro, a ragione, che interrogarsi pubblicamente sulla sanità mentale di chi ha abbandonato la pratica dei contratti a lungo termine (quelli che faceva l’ENI di Mattei, per intenderci) per fare sempre più affidamento sul mercato spot, seguendo i consigli di “esperti” britannici. Putin ha anche spiegato perché Gazprom non può pompare ulteriore gas nelle condotte che passano per l’Ucraina, che sono obsolete e potrebbero cedere all’aumento della pressione. Il Presidente russo ha anche rimarcato che l’origine primaria dell’inflazione dei prezzi energetici è la liquidità delle banche centrali.
“Non si tratta solo di fonti di energia o di gas”, ha dichiarato Putin rispondendo ad una domanda di Mark Champion, reporter di Bloomberg, “ma anche dello stato dell’economia globale. Aumentano le carenze nei principali Paesi economicamente avanzati. Prendiamone uno, gli Stati Uniti, che hanno deciso nuovamente di aumentare il debito pubblico.
“Per coloro che non masticano l’economia, spiego che cosa comporti la decisione di aumentare il debito pubblico. La Federal Reserve stamperà denaro e lo metterà a disposizione del governo. Si chiama emissione. Aumenta il deficit e aumenta l’inflazione come derivato dell’emissione. Ciò porta all’aumento dei prezzi dell’energia e dell’elettricità. Così funziona, non all’inverso”.
Putin non ha elaborato oltre, ma la sua descrizione è fondamentalmente corretta. Va aggiunto che la Fed “stampa” dollari non solo per acquistare i buoni del tesoro, ma per ogni tipo di titoli finanziari dalle banche, al ritmo di migliaia di miliardi. Nello scorso numero abbiamo quantificato in oltre ventimila miliardi di dollari il bilancio complessivo delle principali quattro banche centrali. È questa enorme liquidità che, cercando profitti al di fuori di un sistema finanziario ormai stracotto, alimenta l’inflazione dei prezzi delle commodities e dell’energia.
Il Consiglio Europeo ha posto il tema dell’energia in cima all’agenda della riunione dello scorso 21-22 ottobre, ma si è deciso di non far niente altro che monitorare, su richiesta di Praga, i mercati spot del gas e dell’elettricità. In realtà non c’è niente da monitorare che non sia già noto: quei mercati sono dominati dalle scommesse sui future, i cui contratti sono venduti e rivenduti più volte al giorno da trader che non ritireranno mai la merce ma spingono i prezzi verso l’alto.
Il caso del mercato spot di Shenzhen, dove sono intervenute le autorità cinesi la scorsa settimana, mostra che tipo di misure dovrebbe prendere l’UE se veramente volesse arrestare l’ascesa dei prezzi. “La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (NDRC) ha dichiarato che i prezzi del carbone sono completamente sganciati dai fondamentali dell’offerta e della domanda e nell’avvicinarsi della stagione fredda, i prezzi mostrano ancora una tendenza a rialzi irrazionali”, ha riferito il Global Times il 20 ottobre. La NDRC ha allora preso la decisione di mettere un limite del 10% giornaliero, al rialzo e al ribasso, sul prezzo dei future più trattati. Il giorno successivo, la China Securities Regulatory Commission (CSRC) ha annunciato ulteriori misure per fermare la speculazione, come l’aumento delle tariffe standard e una stretta sul volume dei contratti, promettendo “tolleranza zero” per chi viola le regole.
Come risultato, il prezzo dei future del carbone è sceso e la settimana si è chiusa con un ribasso del 30% rispetto al record stabilito il 19 ottobre.
Meglio ancora sarebbe ammettere al mercato dei future solo attori che ritirano veramente la merce, escludendo completamente la finanza speculativa.