La campagna contro la Cina parla americano ma nasce a Londra

In un discorso pronunciato nel maggio 1997, Lyndon LaRouche delineò una prospettiva per vincere la morsa della politica economica globale imposta dalla City di Londra attraverso il controllo degli istituti finanziari e il “rapporto particolare” con gli Stati Uniti. La chiave da lui individuata fu un’alleanza tra gli Stati Uniti e la Cina, quest’ultima impegnata negli esordi di una grande trasformazione economica. In seguito aggiunse la Russia e l’India al gruppo di nazioni abbastanza forti da agire in modo indipendente per stabilire un’era di sviluppo economico globale.
L’allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton non fu in grado di lavorarvi, mentre i suoi successori, G.W. Bush e Barack Obama, sono stati volenterosi strumenti delle dottrine britanniche della geopolitica e del neoliberismo. Tuttavia, con l’elezione di Donald Trump, il quale aveva dichiarato l’intenzione di cercare “rapporti amichevoli” sia con la Russia sia con la Cina, un accordo tra le Quattro Potenze è diventato una possibilità. Questo è il vero motivo per cui contro di lui è stato ordito il tentativo di golpe, con l’aiuto dei servizi segreti.
È solo dal punto di vista di questa prospettiva strategica che si può spiegare l’esplosione assolutamente pericolosa e isterica della narrativa anticinese ormai prevalente negli Stati Uniti, alimentata dai media dominanti e dalla burocrazia permanente nella comunità dei servizi segreti, nel Dipartimento di Stato, nel Dipartimento della Difesa e in altri enti del governo. Anche prima delle ultime accuse, che vorrebbero la Cina responsabile di ogni vittima del Coronavirus nel mondo, fioccavano le accuse che la Nuova Via della Seta cinese sarebbe una minaccia economica e militare per l’Occidente; che le innovazioni tecnologiche della Cina sono il risultato della pirateria e che vengono usate contro l’Occidente; che le istituzioni culturali cinesi operanti all’estero sono gestite dal Partito comunista cinese per fare il lavaggio del cervello alla gente e che gli studenti e gli scienziati cinesi al lavoro negli Stati Uniti fossero spie.
Come per il Russiagate, la campagna contro la Cina ha avuto origine da reti di intelligence britanniche, tra cui MI5 e MI6, e da pensatoi associati ai guerrafondai statunitensi, come la Henry Jackson Society, con sede a Londra, e la Adam Smith Society. La loro linea di attacco è stata poi ripresa da funzionari statunitensi come il Segretario di Stato Pompeo (nella foto con Bolsonaro), il Segretario della Difesa Mike Esper, il funzionario del Commercio Peter Navarro e il Senatore repubblicano Marco Rubio, che ora è presidente della Commissione sull’Intelligence del Senato, così come da molti commentatori di Fox News. Costoro stanno interpretando il ruolo di “Trump Whisperers”, gli americani identificati dall’ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Sir Kim Darroch, che ha detto che per manipolare Trump, è necessario “inondare la zona”, circondarlo di persone che ripetano a pappagallo la linea britannica. Anche se Trump non ha ancora adottato del tutto la propria linea contro la Cina, il suo presunto calo nei sondaggi, pubblicizzato ogni ora da Fox, ha lo scopo di convincerlo che la chiave della vittoria elettorale nel 2020 sia nell’assunzione di un atteggiamento duro contro la Cina.
Ora, in questo momento di incredibile caos e confusione dovuto al Coronavirus e al crollo economico-finanziario (che era in corso molto prima della comparsa del SARS-CoV-2), è fondamentale che i suoi sostenitori si rendano conto di chi stia tirando le fila del Chinagate e perché.