Il rimpasto di Trump al Pentagono indebolisce il partito della guerra permanente

La Washington ufficiale è rimasta di stucco quando, meno di una settimana dopo le elezioni, Trump ha licenziato il ministro della Difesa Mark Esper (foto), sostituendolo con Christopher Miller. In realtà Trump aveva già emarginato Esper, dopo che quest’ultimo aveva pubblicamente preso le distanze dall’affermazione del Presidente sul diritto di invocare il Riots Act, che prevede l’uso delle Forze Armate in caso di gravi disordini interni. Il conflitto tra i due era però più profondo, e andava al cuore di una questione che Trump ha affrontato sin dall’inizio, e cioè quella della necessità di porre fine alle “guerre permanenti” e al ruolo dell’America come poliziotto del mondo. Sin da quando annunciò questa intenzione, Trump è stato osteggiato dai guerrafondai nel ministero della Difesa e nella comunità d’intelligence, nonché dai neoconservatori di entrambi i partiti.
Il nuovo ministro ad interim Miller ha prontamente inviato un promemoria al Dipartimento della Difesa per confermare il ritiro dall’Afghanistan e ha dichiarato: “Non siamo un popolo da guerra permanente – [questa] è l’antitesi di tutto ciò per cui ci battiamo e per cui i nostri antenati hanno combattuto. Tutte le guerre devono finire”.
La mossa di Trump ha scatenato reazioni isteriche da parte di molti. L’ex direttore della CIA John Brennan è “così preoccupato” che ha chiesto al vicepresidente Pence e al gabinetto di rimuovere Trump in base al 25° emendamento, quello che entra in vigore quando il Presidente è incapace di intendere e di volere. Brennan è convinto che Trump stia “per sferrare il colpo”, con questo intendendo che potrebbe ordinare “la desecretazione all’ingrosso dell’intelligence per favorire i propri interessi politici”. È ovvio che ciò sia allarmante per Brennan, poiché si presume che tra i documenti attualmente coperti dal segreto ve ne siano molti che lo vedono implicato in reati, dal sostegno al programma di torture della CIA, ai crimini di guerra (gli attacchi di droni contro i civili insieme a Barack Obama), fino alla promozione della bufala dell’ingerenza russa a favore di Trump.
Il vero scopo del Russiagate, come abbiamo detto più volte, era quello di impedire a Trump di collaborare col presidente russo Putin per risolvere alcuni dei pericolosi punti caldi che erano stati creati proprio da Brennan e dai suoi alleati con le loro manipolazioni geopolitiche.
Ancor più psicotica è stata la dichiarazione rilasciata dall’ex consulente legale di Robert Mueller sul Russiagate, Andrew Weissman, che ha sostenuto che il rimpasto ai vertici del Dipartimento della Difesa rientrerebbe nei preparativi per un colpo di stato militare, nel caso in cui Trump non riesca a vincere i ricorsi per i brogli elettorali.
La fine delle “guerre permanenti” in Medio Oriente, lanciate sotto George W. Bush – ed estese sotto Barack Obama – è stato un tema centrale per Trump. Mentre questi cercava di ottenere il ritiro completo delle truppe statunitensi dalla regione e dall’Afghanistan, da quella che è diventata la guerra più lunga della storia della nazione, Esper, secondo recenti rivelazioni, diffondeva un documento segreto contro ulteriori tagli alle truppe USA sul campo. Questo promemoria conferma l’esistenza di una forte opposizione al volere del Presidente da parte di quello che Trump, rifacendosi ad Eisenhower, ha chiamato il “complesso militare-industriale”.
Brennan ed altri temono che Trump riesca a fare un repulisti della burocrazia permanente, che al “complesso militare industriale” è fedele, ponendo fine al rapporto corrotto tra killer senza anima come John Brennan e i loro mandanti nelle alte sfere della finanza e delle multinazionali.
Un fianco che Trump potrebbe sfruttare potrebbe essere quello di concedere la grazia all’ex tecnico della NSA Edward Snowden, cosa che aveva già intenzione di fare, e far cadere le accuse contro Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, che attualmente rischia di morire in un carcere di Londra in attesa dell’estradizione negli Stati Uniti. Le due “talpe” potrebbero dire tutto quello che sanno, senza censura, sul sistema di sorveglianza diretto dal cosiddetto Deep State e denunciare le menzogne di quest’ultimo sul Russiagate.