Il pericolo di guerra cresce nonostante le proposte russe

Appena due settimane fa, quando hanno tenuto una videoconferenza convocata in fretta, Biden e Putin si sono accordati su misure di distensione. Ma da allora, le tensioni sull’Ucraina sono talmente cresciute, al punto che oggi si parla addirittura di conto alla rovescia verso una guerra in Europa, che coinvolgerebbe le superpotenze nucleari.
Mentre Joe Biden sembra incline a trovare una soluzione negoziale alla crisi, la sua guardia di palazzo (compresi Blinken, Sullivan e Nuland) non lo è. Un alto funzionario della Casa Bianca, probabilmente il Consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, ha detto alla CNN il 19 dicembre che c’è solo una “finestra di quattro settimane” di tempo per evitare un’invasione russa dell’Ucraina. “Ci siamo mossi in modo molto calcolato”, ha detto il funzionario, “ma c’è una finestra di sole quattro settimane da ora”. La fonte ha anche ammonito sul fatto che le sanzioni pianificate dagli USA “sarebbero schiaccianti, immediate ed infliggerebbero dei costi significativi all’economia ed al sistema finanziario della Russia”.
Il giorno successivo, il viceministro russo degli Esteri Sergei Ryabkov (foto) ha detto ai giornalisti che l’amministrazione Biden non ha ancora risposto ai due documenti sul disarmo che Putin ha trasmesso a Washington il 15 dicembre, uno su un trattato Russia-Nato e l’altro su un trattato Russia-Stati Uniti. Essi comprendono l’assicurazione che l’Ucraina e la Georgia non aderiranno alla Nato e che cesserebbe il posizionamento di ulteriori forze e missili Nato ai confini con la Russia. Gli USA e la Russia si asterrebbero da attività militari al di fuori dei rispettivi confini e reciprocamente minacciose e riaffermerebbero che “una guerra nucleare non si può vincere e non deve essere mai combattuta”.
Finora, secondo Ryabkov, non c’è stata una reazione ufficiale, ma solo “ogni tipo di dichiarazioni pubbliche”. Tra queste, quella di un generale della Nato per il dispiegamento di truppe USA in Bulgaria e Romania e quella del segretario generale della Nato Stoltenberg, secondo cui la Russia sarebbe “l’unico aggressore” e dovrebbe cambiare rotta.
I funzionari russi ribadiscono che l’alternativa ai negoziati è l’uso di “mezzi tecnici e militari”. Il ministro degli Esteri dell’Ucraina, nel frattempo, chiede che gli USA e il Regno Unito inviino più truppe ed equipaggiamento militare e ha chiesto all’amministrazione Biden di annunciare pubblicamente quale attacco finanziario ed economico “schiacciante” sia in serbo per la Russia. Al riguardo, Mosca e Pechino stanno preparando misure congiunte per proteggersi dalla guerra finanziaria, delle quali i due presidenti hanno discusso recentemente.
Coloro che giudicassero irragionevoli le garanzie richieste dal Cremlino ricordino ciò che accadde nel 1962, al culmine della crisi missilistica di Cuba. Quando l’Unione Sovietica si preparava a stazionare missili sull’isola ad appena 160 km dalla costa della Florida, Kennedy dichiarò che quel riarmo “in un’area ben nota per avere un rapporto speciale e storico con gli Stati Uniti… è un cambiamento provocatorio e ingiustificato nello status quo che non può essere accettato da questo Paese”. Il messaggio spedito da Putin ai leader transatlantici su Ucraina e Nato è molto simile. Nel 1962 i sovietici risposero togliendo i missili e aprendo un canale riservato per la discussione, evitando la guerra. L’interrogativo odierno è: che faranno i leader USA e Nato?