Gli USA minacciati dal nemico interno

La maggior parte degli specialisti consultati dalla rivista EIR nei giorni successivi all’11 settembre, negli USA, in Europa ed in Asia ha confermato questi punti essenziali:

  1. I fatti dell’11 settembre non avrebbero potuto aver luogo senza complicità ad alto livello e ben radicate nelle istituzioni USA;

  2. la fissazione sui “terroristi arabi” distoglie l’attenzione dai veri mandanti del crimine;

  3. c’è da temere il verificarsi di nuovi attacchi altrettanto spettacolari.

Secondo questi esperti non c’è nessuna organizzazione “islamica” che disponga delle capacità enormi esibite così spettacolarmente. Generalmente si stima che

  1. la durata dei preparativi degli attentati sia stata di almeno sei mesi;

  2. almeno 25 persone abbiano compiuto l’operazione, ma dietro di loro deve essere stata attiva una schiera di almeno 200 persone, che hanno collaborato in diversi modi;

  3. le organizzazioni terroristiche sono necessariamente sotto il controllo dei servizi.

Non si tratta necessariamente di un controllo operativo diretto, ma di un controllo del quadro generale. Secondo questi esperti occorre un concorso di elementi all’interno delle strutture governative, dei servizi e dei militari.

In modo simile ha valutato la situazione Mikhail Margelov alla televisione russa NTV il 14 settembre. Magrelov è vice presidente della Commissione Affari Esteri del Consiglio della Federazione Russa, un esperto di intelligence. Ha notato come il dirottamento quasi simultaneo di diversi aerei con piloti ben preparati, la contemporanea paralisi dei sistemi di controllo aereo e la perfezione dell’impatto degli aerei per infliggere il massimo danno possibile, assumono i contorni di una cospirazione altamente pianificata, in cui traspare più la specializzazione dei servizi che quella dei terroristi. Anche se Osama Bin Laden o entità di stati stranieri avessero delle loro responsabilità nella vicenda, in ogni caso questi sarebbero solo alcuni anelli in una catena che ha pianificato e organizzato il misfatto, che si colloca ben al di sopra di un singolo stato e che deve essere ancora identificata.

In una intervista all’agenzia semi-istituzionale russa Strana.ru del 13 settembre, il direttore dell’Istituto per gli Studi Strategici Russo Evgenij Kožokin ha detto di temere l’insabbiamento: “Riuscire a fare luce piena su questo avvenimento sarà una questione difficile. È possibile che il mondo non verrà mai a sapere certe cose. La ragione è semplice: è possibile che oltre agli esecutori vi sia tutta una serie di altre persone implicate sul conto delle quali non si saprà nulla. Parlo della gente che ha preso parte ai preparativi e che verrà eliminata … da coloro che hanno tutto l’interesse a fare in modo che l’identità di chi indirettamente ha ordinato l’attacco non sia mai resa nota … Se poi risulta che l’attacco è stato preparato da una qualche setta o gruppo terroristico negli USA … come ad esempio ‘l’americano DOC’ Timothy McVeigh … allora abbiamo un secondo problema complesso, che riguarda la politica interna degli USA”, ha spiegato Kožokin.

Sempre su Strana.ru è apparsa il 14 settembre un’intervista a Andrei Kosjakov, ex assistente del Presidente alla Sottocommissione sui servizi del Soviet Supremo della Russia (1991-1993). La teoria dei “terroristi arabi” è respinta come un depistaggio da Kosjakov, che pone in rilievo come necessariamente abbiano dovuto partecipare all’operazione numerosi specialisti impegnati per un periodo molto lungo. D’altra parte “tutti i partecipanti diretti erano pronti al martirio, non è gente facile da trovare … Nessun servizio segreto nazionale accetterebbe tante perdite. I loro agenti sono addestrati in maniera diversa …”

Kosjakov nota anche che alcuni passeggeri, tra i quali un giornalista professionista, hanno notificato il dirottamento dell’aereo a bordo del quale si trovavano, “ma nessuno di loro ha descritto in alcun modo i terroristi, il loro accento, la pronuncia; non c’era in loro nulla che quei passeggeri abbiano notato”. Bisogna dunque supporre che il loro aspetto fosse occidentale.

Kosjakov nota anche che è stata lasciata intenzionalmente una traccia un po’ troppo visibile: “un’auto noleggiata piena di copie del Corano e di manuali di volo in lingua araba, abbandonata nei pressi dell’aeroporto. Notate bene: non c’è stata nessuna organizzazione che abbia rivendicato l’attentato e ciò vuol dire che i mandanti vogliono tenere segreta la loro identità. Visto tanta professionalità, come si spiega un tale errore che contrasta palesemente con la cura dei dettagli? Tutto ciò indica un tentativo di depistaggio. I servizi segreti non si preoccupano di americani ed europei, ma cercano piuttosto gli arabi”.

Kosjakov ha continuato: “Purtroppo credo che dobbiamo prepararci a nuove azioni terroristiche, in forma diversa ma altrettanto gravi … Secondo le nostre valutazioni una nave potrebbe essere usata per speronare infrastrutture idroelettriche. Immaginate una diga sfondata da una nave passeggeri o da una petroliera … Inonderebbe un paio di città con una popolazione di un milione e mezzo, col petrolio che brucia in superficie. Oppure, le linee ferroviarie sotto il fiume Hudson, che potrebbero essere fatte saltare da sopra o da sotto. L’acqua si riverserebbe nei tunnel … Voglio ripeterlo: il fatto che i terroristi non rivendichino la paternità dell’attentato ci dice che pianificano di colpire di nuovo.”

Il 13 settembre l’ex agente della CIA Milt Beardon, che negli anni Ottanta fu addestratore dei Mujaheddin in Afghanistan, ha spiegato alla CBS-TV che attorno a Bin Laden è stato creato “un mito” tale per cui egli sarebbe responsabile di tutto. Quando gli anglo-americani cominciarono a ridurre il sostegno ai Mujaheddin impegnati contro l’Armata Rossa, formazioni e strutture logistiche di quelle operazioni furono mantenute in piedi ma in forma coperta, dando vita al fenomeno degli “afgantsi”. Molte formazioni sono rimaste attive, ma hanno issato “bandiera falsa”.