Come e perché la BCE e la Fed barano sui tassi d’inflazione

Allo scoppio della crisi finanziaria del 2007-2008, la Federal Reserve mise in campo il grande salvataggio delle banche di Wall Street, che nel 2010 avrebbe raggiunto il valore cumulativo di 20 mila miliardi di dollari secondo le stime del Levy Economic Institute (mentre la cifra cumulativa è un multiplo della liquidità effettivamente rimasta nel sistema a ogni istante, essa indica quanto spesso la Fed abbia rifinanziato i prestiti, e perciò è una spia della gravità e della durata della crisi).
I nuovi salvataggi lanciati dalla Fed il 17 settembre 2019, quando si bloccò il mercato dei prestiti “repo”, hanno raggiunto la cifra cumulativa di 6 mila e 600 miliardi (cifre Fed, aggiornate al 15 gennaio 2020), che tradisce un’intensità superiore a quella del 2007-2010. Infatti, la media mensile della liquidità iniettata nel sistema e rifinanziata è di 1650 miliardi contro i 930 miliardi di allora. In altre parole, l’attuale crisi di liquidità è più grave.
Tuttavia, cresce la pressione sulle banche centrali per arrestare la politica di interessi nulli o negativi che sta distruggendo le banche di deposito e i risparmi dei cittadini. La Banca Centrale Europea ha finora giustificato la politica di espansione monetaria con l’intenzione di portare il tasso di inflazione al 2%, considerato dai monetaristi uno stimolo per gli investimenti. Ma la BCE ha barato sul calcolo dell’inflazione per continuare a rifornire di denaro a buon mercato gli hedge fund e le imprese “zombie”.
La prof.ssa Liane Buchholz, presidente dell’Associazione delle Casse di Risparmio di Westfalen-Lippe in Germania, ha denunciato la frode della BCE in un discorso al congresso dell’associazione il 17 febbraio. “Nei 28 Paesi membri dell’UE v’è stata un’inflazione dell’1,5% l’anno scorso”, ha affermato la Buchholz. “Gli esperti calcolano che, se si includono i prezzi delle case, il tasso aumenterebbe dell’0,5%. 1,5 più 0,5 fa 2. Per cui, il tasso di inflazione del 2% della BCE è già stato raggiunto. Per dirlo più chiaramente: non appena si includono i prezzi delle case nel calcolo dell’inflazione, la politica di tassi nulli e negativi della BCE non ha più ragione di esistere”.
Il tasso ufficiale dell’1,5% si riferisce alla media nell’UE, mentre la Germania ha registrato un tasso ufficiale dell’1,7% in gennaio. Ma l’economista di Lipsia Gunther Schnabl è convinto che, secondo i propri calcoli pubblicati sul settimanale Focus, nel 2019 l’inflazione fu al 5,1%. I suoi calcoli includono, oltre ai prezzi delle case, anche altri indici tra cui la qualità inferiore di prodotti venduti allo stesso prezzo. Inoltre, Schnabl ha anche criticato la svolta della BCE verso la finanza verde, definendola un pretesto per aumentare il bilancio.
Insensibili alla realtà e votati al salvataggio del sistema “whatever it takes”, le banche centrali stanno preparando una nuova giustificazione per continuare nella folle politica di espansione monetaria, come ha indicato il governatore della Fed Lael Bainard in un discorso all’Università di Chicago il 21 febbraio. La Fed non dovrebbe cessare le iniezioni di liquidità una volta raggiunto il target del 2% di inflazione, ha detto, perché v’è da recuperare sui “deficit” del passato. Dunque, la Fed dovrebbe continuare fino a che la “media” si attestasse sul 2%, presumibilmente sul lungo periodo, dato che dal 2012 l’inflazione media è dell’1,4%.
Ma poiché la liquidità emessa non va nell’economia reale bensì nella bolla azionaria e nelle altre bolle, prima o poi il sistema finanziario imploderà inevitabilmente – o in una catena di bancarotte o in uno scoppio iperinflazionistico. Che fare? Il primo passo è proteggere le famiglie e le imprese isolando il bubbone con una riforma di separazione bancaria (Glass-Steagall).