Cinquantanni fa la Germania lanciò la sua Ostpolitik nonostante gli ostacoli

Le minacce aperte dagli USA contro il progetto di gasdotto Nordstream 2 tra Germania e Russia richiamano alla mente le polemiche sul primo accordo di gas naturale della Germania con l’allora URSS 50 anni fa. Nonostante le tattiche ricattatorie degli ambienti geopolitici americani e dell’intero schieramento trasversale antisovietico, il 1° febbraio 1970 fu firmato un accordo che prevedeva la consegna di grandi tubi d’acciaio di nuovo tipo per collegare i giacimenti di gas naturale sovietici con la Germania occidentale, che avrebbe ricevuto 3 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’accordo per la costruzione del gasdotto fu finanziato banca sovietica per il commercio estero e da un consorzio di 17 banche tedesche guidate da Deutsche Bank.
Quell’accordo aprì la strada al “Trattato di Mosca” firmato dai due leader, tedesco e sovietico, Willy Brandt (nella foto con Kennedy) e Leonid Breznev, il 12 agosto 1970. Esso stabiliva il principio di non violenza nei rapporti bilaterali, l’inizio di seri sforzi di distensione e di smilitarizzazione, nonché una maggiore cooperazione economica sul modello dell’accordo sul gasdotto.
Nel 50° anniversario del Trattato di Mosca, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas si è recato nella capitale russa. Sarebbe stato più che appropriato per lui, in quell’occasione, fare di più del minimo diplomatico e portare le discussioni sui problemi pressanti nei rapporti bilaterali e internazionali andando oltre il “business as usual”. Ma l’attuale governo tedesco dimostra molta meno sovranità nel perseguire il suo genuino interesse ad avere buoni rapporti con la Russia, rispetto al governo Brandt dell’epoca.
Infatti, i due accordi tedesco-sovietici del 1970 furono firmati nel contesto di una guerra fredda ancora in corso e in spregio all’embargo statunitense sulle tubature imposto all’URSS nel 1962.
Un contributo costruttivo da parte della Germania a questo punto sarebbe quello di promuovere attivamente il vertice dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, come proposto dal presidente russo Putin, offrendo eventualmente anche Berlino o un’altra città tedesca come sede del vertice. I punti urgenti all’ordine del giorno, come proposto dallo Schiller Institute, dovrebbero essere un serio impegno per eliminare la povertà, lanciare un programma d’emergenza per lo sviluppo economico e mettere in atto contromisure per combattere la pandemia di Covid-19 in corso e potenziali nuove pandemie.
Per il momento, però, il governo tedesco è diviso tra la fedeltà alla camicia di forza geopolitica dei rapporti interni alla NATO e la resistenza passiva alle posizioni geopolitiche più radicalizzate dell’Occidente. L’industria tedesca, ad esempio, ha ripetutamente espresso la propria ostilità alla continuazione delle sanzioni adottate contro la Russia sulla questione ucraina. Negli ultimi sei anni, tali sanzioni hanno in molti casi eliminato la metà o più della produzione delle piccole e medie imprese tedesche, in particolare nella parte orientale, dove i rapporti con la Russia sono tradizionalmente forti.