Mentre l’attenzione internazionale è concentrata sui risultati delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, la dinamica prevalente è e rimane il cambiamento fondamentale che porta dall’antico paradigma dominato dall’Occidente a una nuova configurazione delle relazioni internazionali che rifletta le legittime richieste del “mondo non occidentale”, ma anche delle popolazioni europee e americane, che sono state le più penalizzate dalla cosiddetta globalizzazione.
Sembra ormai sempre più probabile che, durante il vertice APEC del 18-19 novembre a Shenzhen, in Cina, si tenga un vertice trilaterale tra i presidenti Xi Jinping, Vladimir Putin e Donald Trump. Se così fosse, ciò potrebbe rappresentare un passo importante verso la riduzione delle tensioni internazionali, anche nelle relazioni commerciali e verso una maggiore stabilità strategica. Tutti e tre i leader hanno espresso la speranza che ciò avvenga ed è noto che i presidenti cinese e russo tendono a temperare l’impulsività della loro controparte americana. Ricordiamo che lo Schiller Institute e Helga Zepp-LaRouche in persona chiedono da molti mesi ormai che si tenga un simile vertice tripartito.
Nel frattempo, però, il pericolo che il presidente Trump possa essere convinto dal primo ministro israeliano Netanyahu o dalla “fazione bellicista” transatlantica a sferrare un attacco devastante contro l’Iran, magari anche con armi nucleari, è molto reale. Egli potrebbe essere indotto a credere che un simile attacco gli offrirebbe ora una “via d’uscita” da una guerra nell’Asia sud-occidentale che gli Stati Uniti hanno già perso. Ma avrebbe dovuto imparare che l’Iran è un nemico formidabile. Nello stesso Israele, dopo le elezioni del 27 ottobre, il solo accenno alla possibilità di includere gli arabi israeliani nel nuovo governo è un ulteriore segno del cambiamento in atto.
Per quanto riguarda l’Ucraina, sono provvisoriamente in programma colloqui preliminari tra le delegazioni russa e ucraina, con la mediazione degli Stati Uniti. Inoltre, nella città di Alyoshki (Oleshky in ucraino) è stata attuata una prima tregua umanitaria, per far arrivare rifornimenti alla popolazione e consentire l’evacuazione di chi desiderava andarsene. Rompendo il rifiuto generale in Europa di dialogare con Vladimir Putin, il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno preso l’iniziativa di effettuare una telefonata congiunta al presidente russo il 27 ottobre. Entrambi hanno affermato di parlare solo a nome delle loro nazioni e non a nome dell’Europa e, sebbene nessuno di loro voglia che l’Europa sia completamente esclusa dai colloqui, cosa che senza dubbio sarebbe utilizzata per sabotare gli stessi, diversi altri leader hanno criticato la mossa.
Ma gli europei non si trovano certo in una posizione di forza, per usare un eufemismo. Praticamente in tutti i paesi, i governi devono affrontare proteste sempre più intense, spesso avviate dai giovani. La loro è una reazione legittima alla costante retorica dei media e dei politici sulla necessità di prepararsi alla guerra e di accettare standard di vita e di istruzione più bassi per alimentare la macchina bellica e un sistema finanziario e monetario in bancarotta, in cui, secondo Oxfam, nel 2025 le dodici persone più ricche del mondo possedevano più ricchezza di metà dell’intera popolazione mondiale! Si prevede che le proteste aumenteranno di numero e coinvolgano fasce sempre più ampie di popolazione. Ciò che manca, finora, è una chiara prospettiva programmatica, che includa la cooperazione per lo sviluppo del Sud del mondo, come quella proposta dallo Schiller Institute e dall’EIR.