Da quando è iniziata la guerra contro l’Iran, oltre 700 milioni di barili di riserve petrolifere strategiche, pubbliche e private, sono stati immessi sul mercato a livello mondiale per compensare parzialmente il 20% mancante dalla regione del Golfo. Tuttavia, si calcola che entro settembre/ottobre le riserve strategiche avranno raggiunto il loro limite operativo e, anche se lo Stretto di Hormuz venisse riaperto oggi stesso, occorrerebbero mesi prima che la produzione di petrolio e gas torni ai livelli precedenti. Di conseguenza, si prevede un’impennata dei prezzi, che colpirà anche le economie occidentali già in difficoltà.
Germania e Italia sono tra i maggiori importatori di gas naturale per uso industriale e domestico in Europa. Entrambe sono state colpite duramente dalla guerra contro l’Iran, seppure in forme diverse: mentre l’Italia ha perso un terzo delle sue importazioni in un colpo solo, la Germania ha visto i prezzi del gas salire a livelli insostenibili.
L’Italia era il principale importatore europeo di gas dal Qatar (quasi il 35% del totale delle sue importazioni di gas). Questa fonte di approvvigionamento è stata bloccata dalla distruzione degli impianti di produzione, unita al blocco dello Stretto di Hormuz. Roma ha compensato l’80% della perdita raddoppiando le importazioni da Algeria e Kazakistan, i cui gasdotti stanno ora funzionando al 100% della capacità. Inoltre, ha aumentato le importazioni dagli Stati Uniti, il cui prezzo del gas naturale sulla borsa di Amsterdam TTF è salito a 53-60 Euro/MWh. Due rigassificatori galleggianti, navi che riconvertono il gas naturale liquefatto (GNL) in gas naturale, sono stati aggiunti alla rete nazionale, che sta funzionando a piena capacità e non può accogliere ulteriori importazioni di GNL. Tuttavia, almeno un rigassificatore, quello di Ravenna, può funzionare solo in condizioni meteorologiche favorevoli. Il GNL che l’Italia acquista al TTF costa esattamente il doppio di quanto pagava per il gas del Qatar.
La Germania, anziché importare dagli Stati del Golfo, acquista da Belgio, Norvegia e Paesi Bassi il proprio GNL, che transita attraverso gasdotti, oltre a circa il 12% di GNL statunitense tramite il TTF di Amsterdam. Dall’inizio della guerra in Iran, la Germania ha pagato 6,3 miliardi di euro in più per le sue importazioni di gas, a causa degli aumenti del prezzo, mentre l’Italia ha pagato 12-13 miliardi di euro extra.
I prossimi sei mesi si prospettano cupi: per l’Italia si parla di 7,77 miliardi di euro di costi aggiuntivi, sulla base di un consumo medio di 40 miliardi di metri cubi di gas (circa 420 TWh) e di un aumento di 18-20 euro per MWh; per la Germania, di 9,9 miliardi di euro di costi aggiuntivi, sulla base di un consumo invernale medio di 550 TWh – a seconda delle condizioni meteorologiche. Anche se lo Stretto di Hormuz venisse aperto oggi e tutte le petroliere potessero transitarvi, ci vorrebbero due mesi perché il Qatar possa esportare GNL all’80% del suo potenziale precedente il conflitto, e da tre a cinque anni per recuperare il restante 20%, a causa dei gravi danni strutturali causati dalla guerra. A valle del disastro energetico provocato dalle sanzioni UE, è il caso di dire che piove sul bagnato.