Nei due principali conflitti che oggi agitano il mondo, e che stanno convergendo in un unico teatro di guerra – da un lato la NATO e l’Ucraina contro la Russia, dall’altro gli Stati Uniti e Israele contro l’Iran – il pericolo di un’escalation rimane grave.
Il giorno dopo aver promesso, il 31 luglio, di colpire l’Iran “molto duramente” e dopo che il Dipartimento di Stato aveva consigliato a tutti gli americani di lasciare il Medio Oriente, Donald Trump ha fatto marcia indietro, spiegando che “l’Iran e altri paesi del Medio Oriente mi avevano chiesto di sospendere gli attacchi” per vedere se fosse possibile raggiungere un accordo. Ma se così non fosse, ha avvertito su Truth Social, gli Stati Uniti sarebbero pronti ad “affrontare la Repubblica Islamica dell’Iran, con livelli di terrore militare, forza e potenza che non si sono visti dalla Seconda Guerra Mondiale”. Israele, ha aggiunto, “si unisce a me in questo impegno”.
I leader iraniani, tuttavia, hanno negato che siano in corso negoziati con gli Stati Uniti, mentre c’è stata un’intensa attività diplomatica tra i leader regionali senza il coinvolgimento di Washington. Il 3 agosto, infatti, si sono tenuti colloqui tra l’Iran e l’Oman sull’apertura di una “rotta temporanea” attraverso lo stretto di Hormuz per consentire la ripresa di un maggior numero di trasporti marittimi. Teheran ha insistito sul fatto che non si potrà raggiungere alcun accordo finché gli Stati Uniti non porranno fine alle loro azioni aggressive e al blocco navale.
Mentre è certamente vero che i leader dei Paesi del Golfo, così come quelli dei tre Paesi coinvolti nella mediazione (Egitto, Turchia e Pakistan) sono ansiosi di evitare un’ulteriore escalation del conflitto, le pressioni provengono anche dall’interno delle forze armate statunitensi. Queste avvertono che le munizioni e le attrezzature militari si stanno esaurendo e, come abbiamo riportato la scorsa settimana, le basi statunitensi nella regione hanno subito gravi danni a causa dei contrattacchi iraniani. L’esaurimento delle scorte militari americane potrebbe rivelarsi il fattore decisivo per spingere l’amministrazione Trump ad accettare un accordo.
Secondo un nuovo studio del Center for Strategic and International Studies di Washington, le scorte di missili Patriot del Pentagono sono scese di circa due terzi, da 2.330 il 27 febbraio a 827 il 27 luglio. Le scorte di missili THAAD sono passate da 452 a un numero compreso tra 234 e 278 dall’inizio della guerra illegale condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Inoltre, le risorse sono state pesantemente impiegate in Ucraina. Kiev, con il pieno sostegno dell’Occidente, ha intensificato gli attacchi al territorio e alle infrastrutture russe, pur senza compiere progressi sul campo. Tra i bersagli figurano ora i centri di esportazione di entrambi i Paesi sul Mar Nero. La Russia si è concentrata sul blocco di Odessa, il principale punto di esportazione di cereali dell’Ucraina, prendendo di mira le strutture portuali e di collegamento nella città e nei dintorni. L’Unione Europea e la “Coalizione dei Volenterosi” europea stanno sostenendo pienamente, se non addirittura istigando, l’escalation di Kiev.
In entrambi questi conflitti, sono in gioco anche punti nevralgici fondamentali per l’economia mondiale: il Mar Nero, lo Stretto di Hormuz e lo Stretto di Bab-e-Mandeb. È una strategia geopolitica britannica di lunga data quella di controllare tutti i principali punti nevralgici del trasporto marittimo mondiale. Un altro di questi è lo Stretto di Gibilterra, dove la scorsa settimana è scoppiata una drammatica crisi migratoria che ha coinvolto Spagna e Marocco.