Petraeus, Bengasi e l’Obamagate

La deposizione del generale David Petraeus nell’audizione a porte chiuse di fronte alle commissioni riunite di Camera e Senato il 16 novembre potrebbe far cadere la presidenza Obama a poche settimane di distanza dalla vittoria del presidente uscente sullo sfidante repubblicano Mitt Romney. Come ha commentato Lyndon LaRouche, Obama è entrato in “una modalità di uscita alla Richard Nixon”.

Il Gen. Petraeus testimoniava come direttore della CIA al tempo dell’attacco alla missione USA a Bengasi l’11 settembre scorso, prima di rassegnare a sorpresa le dimissioni il 9 novembre, tre giorni dopo le elezioni USA. Secondo il parlamentare Peter King, che ha partecipato alle audizioni, Petraeus ha riferito che la CIA sapeva fin dall’inizio che si trattava di un attacco terroristico condotto da un gruppo affiliato ad Al Qaeda, Ansar al-Sharia. Inoltre, sempre secondo King, Petraeus ha rivelato che un rapporto preparato dalla CIA per la Casa Bianca alcuni giorni dopo è stato annacquato e i riferimenti ad Al Qaeda e Ansar al-Sharia sono stati tolti.

Petraeus ha dichiarato di non sapere chi ha tolto i riferimenti espliciti, ma ha confermato che la scaletta usata sia dall’ambasciatrice all’ONU Susan Rice che dal Presidente Obama era fondamentalmente diversa da quella fornita dalla CIA.

Il 16 settembre, cinque giorni dopo l’attacco a Bengasi, la Rice si fece intervistare da cinque canali televisivi nazionali per sostenere che l’attacco era una rivolta spontanea scatenata da un video semisconosciuto che calunniava il Profeta Maometto. Successivamente anche il Presidente Obama è apparso in televisione e all’Assemblea Generale dell’ONU ripetendo la stessa falsa storia.

I repubblicani al Congresso esigono una piena spiegazione delle menzogne. Nel corso della campagna elettorale, Obama aveva costruito sull’uccisione di Osama Bin Laden la figura di Comandante in capo che aveva sbaragliato Al Qaeda. L’attacco di Bengasi dimostrava chiaramente che ciò non era vero.

La Casa Bianca ora è sotto pressione per fornire una spiegazione chiara di ciò che il Presidente sapeva prima, durante e dopo l’attacco dell’11 settembre. Il Dipartimento di Stato, la CIA e il Pentagono hanno tutti ricostruito precisamente i tempi di quando e che cosa hanno saputo e come hanno reagito il giorno dell’attacco. Ma finora, il Presidente e i suoi principali aiutanti alla Casa Bianca sono rimasti silenziosi.

Dalle centinaia di pagine di documenti rilasciati dal Dipartimento di Stato è ormai chiaro che l’amministrazione Obama sapeva in anticipo di mesi che la situazione di sicurezza a Bengasi non era sotto controllo. L’ambasciatore Stevens aveva inviato almeno due promemoria a Washington in cui chiedeva il rafforzamento della sicurezza a Tripoli e Bengasi, ma era avvenuto il contrario, e cioè la sicurezza era peggiorata.

Un gruppo di repubblicani guidato dal senatore John McCain ha chiesto che il Presidente e la Rice forniscano un rendiconto completo di come abbiano finito col mentire al popolo americano. Alla riapertura del Congresso dopo le ferie del Ringraziamento, il 27 novembre, ci sarà la richiesta di una commissione speciale di inchiesta su ogni aspetto dell’affare Bengasi. Questo potrebbe essere il momento del Watergate per il Presidente.