I democratici progressisti pongono condizioni per il sostegno a Trump

Le promesse di Trump di rilanciare l’economia reale e di migliorare le condizioni di vita della classe media hanno spinto alcuni democratici che prima avevano appoggiato Sanders e poi la Clinton per motivi pragmatici, a segnalare pubblicamente di essere pronti a collaborare con un Presidente Trump a certe condizioni.

Il più autorevole di questi è la senatrice Elizabeth Warren (nella foto), co-firmataria della Legge Glass-Steagall del XXI Secolo e spauracchio di Wall Street. In un intervento alla conferenza del sindacato AFL-CIO il 10 novembre, appena due giorni dopo il voto, la Warren ha riconosciuto che “ci sono milioni di persone che hanno votato per Donald Trump pur in disaccordo con la bigotteria e l’odio che permeavano i suoi comizi elettorali. Hanno votato per lui spinti da rabbia e frustrazione, e nella speranza che cambi qualcosa.”

Tornando in seguito sul tema, ha detto: “Se il presidente eletto Trump vorrà affrontare questi temi, se il suo obiettivo è quello di aumentare la sicurezza economica delle famiglie della classe media, allora può contare su di me. Accantonerò le nostre differenze e collaborerò con lui per raggiungere quell’obiettivo. Mi offro di lavorare sodo e di coinvolgere il massimo numero di persone in questo sforzo”.

Il deputato Keith Eleison, co-presidente del gruppo progressista della Camera, ha detto cose simili a USA Today. “Non penso che qualcuno possa negare che Trump ha cercato di suonare come un populista economico. Dobbiamo rispondere ai bisogni della gente che vive nella stagnazione”.

Anche il sen. Bernie Sanders ha dichiarato che collaborerebbe con il Presidente eletto Trump se egli mantenesse le promesse elettorali di creare posti di lavoro, costruire infrastrutture e aumentare i salari.

Su un altro piano, dopo la bruciante sconfitta democratica, nel partito si chiede la completa sostituzione della leadership. Si va alla resa dei conti, rimandata dopo lo scandalo delle e-mail scoppiato alla convention, che documentavano la guerra sotterranea del Democratic National Council contro Sanders e a favore della Clinton.

In questo contesto, l’ex governatore del Maryland Martin O’Malley, che si era inizialmente candidato alla nomina presidenziale mettendo il ripristino della Glass-Steagall al centro della sua campagna, ha dichiarato di voler considerare la candidatura a presidente del DNC, in modo da poter “articolare un programma coraggioso e progressista” e “tornare alle nostre radici di partito nazionale e radicato sul territorio” (cioè lontano da Wall Street).