Come si fa a elaborare la strategia di uscita da una trappola che ci si è creati da soli, frutto di errori di valutazione, arroganza e gaffe, che ha portato il mondo sull’orlo di una guerra nucleare, riuscendo comunque a dare una connotazione positiva a quella che è riconosciuta da molti come un’umiliante sconfitta?
Questo è il compito che deve affrontare Donald Trump, poiché la sua decisione di allearsi con il criminale di guerra sociopatico Benjamin Netanyahu per iniziare una guerra contro l’Iran si è rivelata controproducente. Gli obiettivi che aveva elencato all’inizio – resa incondizionata, cambio di regime, nessun programma nucleare, né accumulo di missili balistici – sono ogni giorno più lontani, nonostante si spendano 1 miliardo di dollari al giorno. L’impennata dei prezzi del petrolio e del gas, fattore determinante dell’inflazione generale, sta contribuendo a un calo di popolarità e le elezioni di medio termine potrebbero infliggere al partito al potere una pesante sconfitta.
La richiesta di resa incondizionata è stata respinta dai leader iraniani, che hanno presentato le proprie condizioni. Queste includono il riconoscimento dei diritti dell’Iran, compreso quello di sviluppare il nucleare civile e arricchire l’uranio, la rimozione delle basi militari statunitensi nell’Asia sud-occidentale, il risarcimento dei danni inflitti durante la guerra e patti internazionali vincolanti contro futuri attacchi.
Un’ultima richiesta iraniana dimostra perché un’uscita anticipata è improbabile: l’Iran non accetterà un cessate il fuoco “prematuro”, il che significa che non ha intenzione di permettere a Trump di andarsene tranquillamente e dichiarare vittoria.
In preda alla disperazione, Trump ha invitato gli alleati a partecipare ad un assalto navale all’isola di Kharg, il principale terminale di esportazione petrolifera dell’Iran, dove il 90% delle forniture di petrolio e gas del Golfo Persico viene caricato su petroliere dirette verso lo Stretto di Hormuz. Trump ha dispiegato 2.500 marines per l’operazione e ha minacciato di “bombardare a morte” l’isola per bloccare le esportazioni se l’Iran non si fosse arreso. Ma nessun alleato ha accettato di partecipare; il rifiuto giapponese ha rappresentato un colpo particolarmente duro, date le aspettative suscitate dall’entusiastico sostegno dei nuovi leader di Tokyo a una novella era di militarismo.
Ciò ha portato a ipotizzare che Trump abbia tre opzioni. In primo luogo, può dichiarare vittoria, sottolineare i danni causati finora all’Iran e ritirarsi. La seconda opzione è dare la colpa agli alleati e ritirarsi. La terza opzione è la più pericolosa: ritirarsi e lasciare che Netanyahu “porti a termine il lavoro”, anche utilizzando armi nucleari. Si vocifera che, se dovesse ritirarsi, lo farebbe accusando i suoi consiglieri e gli altri membri dell’amministrazione per averlo spinto a prendere una serie di decisioni sbagliate.
Qualunque cosa faccia, il ruolo di leadership degli Stati Uniti è stato gravemente compromesso e la sua presidenza, che avrebbe dovuto inaugurare una generazione di pace – almeno secondo lui – potrebbe non sopravvivere all’intero mandato.