Perdita di produttività e fallimento dei salvataggi bancari

Un quadro decisamente a tinte fosche è quello che emerge dal rapporto di quest’anno del Forum Economico Mondiale, dal titolo Global Competitiveness Report 2019. Il rapporto è considerato un indicatore di quanto un’economia si avvicini alla frontiera della competitività in vari settori economici, analizzando fattori quali la produttività, le infrastrutture, il mercato del lavoro, il potenziale di innovazione e via dicendo. Quindi, a parte il solito linguaggio burocratese, esso dà un’indicazione di dove stia andando l’economia mondiale.
Una questione preoccupante è l’aumento della povertà in tutto il mondo o, come il rapporto la mette eufemisticamente: “La riduzione della povertà estrema sta rallentando”. Benché la Cina sia riuscita con successo a liberare dalla povertà estrema milioni di cittadini, altri Paesi non hanno seguito il suo esempio.
La crescita della produttività è diminuita da ancor prima della crisi del 2008, afferma il rapporto, e i decisori politici hanno poche opzioni disponibili, oggi, se non “stimolare la domanda aggregata”. Mentre negli ultimi dieci anni ci si è affidati ovunque alla politica monetaria, nota il rapporto, questa politica “sembra aver esaurito le forze e alcuni Paesi affrontano una trappola della liquidità”. Quest’ultima viene spiegata come la situazione in cui i risparmiatori rispondono alla riduzione dei tassi di interesse e a prospettive economiche incerte preferendo accumulare il contante invece di investire.
Un altro fatto cupo presentato nel rapporto è che dalla recessione del 2008-2009 “i decisori politici hanno tenuto a galla l’economia globale primariamente con una politica monetaria ultra-espansiva e non convenzionale. Nonostante le massicce iniezioni di liquidità (quattro delle principali banche centrali al mondo da sole iniettarono 10.000 miliardi di dollari tra il 2008 e il 2017), la crescita della produttività continua tuttavia a stagnare da dieci anni a questa parte”. In altre parole, perfino questi esperti ammettono finalmente che la politica del “denaro a pioggia” è un concetto fallimentare.
Il Forum Economico nota anche che questa volta le possibilità di salvare le banche sono minori. “Benché abbia mitigato gli effetti negativi della crisi finanziaria globale, la politica monetaria espansiva potrebbe aver contribuito a ridurre l’aumento della produttività incoraggiando un’errata destinazione del capitale. Con tassi di interesse estremamente bassi (o negativi) e una riduzione della leva in corso, le banche sono meno interessate a concedere prestiti alle imprese e attribuiscono la priorità ad attività di trading e di commissione (enfasi aggiunta). Inoltre, nel destinare i prestiti societari, le banche tendono a favorire imprese senza restrizioni di credito (e a minor rischio) piuttosto che quelle che hanno restrizioni di credito ma che potrebbero avere un maggiore potenziale in termini di produttività”.
Il rapporto fa una generalizzazione valida, quando dice che “la politica fiscale che favorisce lo stimolo alla produttività, aumentando gli investimenti nelle infrastrutture, nel capitale umano e in ricerca e sviluppo, può effettivamente aiutare l’economia a tornare su una traiettoria di maggiore crescita, accompagnata da riforme strutturali che rendano più semplice innovare e consentano a imprese responsabili e inclusive di prosperare”. Quanto alle misure concrete per porre rimedio a questa situazione, gli autori sono sulla strada sbagliata, e cadono nella trappola tesa dal governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney (foto), che chiede una tassa sull’anidride carbonica, quindi sussidi e incentivi per la “Ricerca e Sviluppo verdi” e appalti pubblici verdi.