Mentre l’élite globalista mondiale ha incoronato Mark Carney come nuovo leader dell’Occidente liberale dopo il suo discorso a Davos, molti nel cosiddetto campo sovranista si spellano le mani per applaudire a un altro personaggio intervenuto al WEF, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer, per aver annunciato una rinascita del Sistema Americano di Economia Politica sotto il presidente Trump. Greer è convinto che l’attuale amministrazione abbia ripreso la politica inaugurata da Alexander Hamilton e proseguita da Henry Carey, Friedrich List e dal presidente Franklin Roosevelt, basata sull’uso dei dazi per costruire la potenza industriale e finanziaria degli Stati Uniti.
In realtà, come ha dimostrato il redattore economico di EIR Paul Gallagher in un intervento alla riunione settimanale del “Manhattan Project” della LaRouche Organization, Hamilton utilizzò i dazi in modo mirato, all’interno di una combinazione che includeva incentivi governativi e, soprattutto, credito per l’industria manifatturiera e le infrastrutture, ma mai come un’arma “contro” una singola nazione. È interessante notare che la questione del credito, centrale nella proposta di Hamilton (egli scrisse tre rapporti al Congresso sull’argomento), non è stata nemmeno menzionata da Greer nel suo discorso. Ciò è coerente con la politica finanziaria monetarista dell’amministrazione Trump e con l’uso dei dazi come mezzo per fare cassa e ridurre il debito pubblico.
A un anno di distanza, possiamo dire che questa politica ha fallito. Sebbene i dazi abbiano effettivamente generato entrate per quasi 250 miliardi di dollari, uno studio pubblicato il 19 gennaio dal Kieler Weltwirtschaft Institut mostra che, contrariamente a quanto asserito da Trump, quel denaro non è affluito dall’estero negli Stati Uniti, ma che è stato pagato al 96% da consumatori e produttori americani. Gli esportatori stranieri colpiti dai dazi hanno aumentato i prezzi per includere la nuova penalizzazione, oppure hanno semplicemente esportato meno prodotti.
Detto ciò, sono comunque state create le condizioni per consentire ai produttori statunitensi di sostituire quelle importazioni, diventate più costose? Sono stati creati posti di lavoro industriali? Non proprio. L’occupazione manifatturiera è diminuita per undici dei dodici mesi del 2025. L’attività manifatturiera ha chiuso l’anno al suo livello mensile più basso: la domanda globale di prodotti statunitensi (nuovi ordini) era in calo, mentre la produzione manifatturiera globale era in aumento.
Ciò che invece è cresciuto è il debito: debito pubblico, debito delle imprese, debito delle famiglie e debito bancario, anche se quest’ultimo è nascosto dietro la voce “attivi”. A questo punto, il 20% del bilancio pubblico è destinato al pagamento del servizio del debito. Il debito delle imprese è aumentato di diversi miliardi di dollari in un anno, mentre il debito delle famiglie nel terzo trimestre del 2025 ha raggiunto i 18,9 trilioni di dollari, con un aumento di 642 miliardi in un anno. Si tratta dell’intero bilancio di un grande Paese industrializzato come la Germania.
E ora, la ciliegina sulla torta: il totale dei bilanci bancari statunitensi (attivi aggregati) era di circa 24,54 trilioni di dollari nel primo trimestre del 2025, rispetto a circa 24,10 trilioni alla fine del 2024, con un aumento di circa 440 miliardi di dollari all’inizio del 2025. Poiché i valori degli attivi sono gonfiati, quando la bolla finanziaria globale da due quadrilioni scoppierà, essi si trasformeranno nella più grande perdita aggregata della storia.
Come ha indicato Paul Gallagher nel suo intervento, non esiste alcun modo per prevenire il collasso del sistema e, ironicamente, la soluzione è la vera politica del Sistema Americano, a partire da una Banca Nazionale e da un sistema di separazione bancaria Glass-Steagall, al fine di generare credito per un programma di ripresa.