L’élite angloamericana ammette: la transizione verde è una corsa geopolitica al controllo delle risorse

Chiunque dubitasse della nostra denuncia della “transizione verde” globale come una copertura per il controllo geopolitico delle risorse naturali, dovrebbero dare un’occhiata a un recente documento dell’ex ministro degli esteri britannico William Hague (foto), intitolato La grande convergenza. Lord Hague, che ora è un consulente senior di Citigroup, presiede il Royal United Services Institute, un think-tank chiave che plasma le politiche interne e internazionali per il nuovo impero britannico. Egli sostiene che “impedire il cambiamento climatico” (sic) e le geostrategie britanniche dovrebbero convergere in una politica estera “incentrata sulle minacce gemelle del cambiamento climatico e della Cina” (https://policyexchange.org.uk/The-Great-Convergence/).
In passato, scrive, “il Regno Unito era disposto a usare tutta la sua potenza di fuoco, sia militare che diplomatica, per accaparrarsi l’estrazione di combustibili fossili. Ma in futuro, il Regno Unito dovrà usare tutta la sua capacità diplomatica per assicurare che queste risorse non siano utilizzate e che gli ambienti naturali vengano protetti”. Questo perché, contrariamente alle narrazioni popolari, un mondo basato sulle rinnovabili non significa meno concorrenza per le risorse naturali, ma il contrario.
“Già la competizione per la fornitura di minerali critici necessari per la tecnologia verde è diventata parte della più ampia rivalità tra la Cina e l’Occidente. Per esempio, la Cina ha stabilito una potente presa sulla fornitura di cobalto, un materiale cruciale per produrre le batterie che alimenteranno le auto elettriche del futuro, mentre le nazioni dell’Occidente stanno giocando a rimpiattino e cercano di liberarsi dalle filiere cinesi”. Così, “questa corsa al controllo dei minerali critici da cui dipende la transizione verso le energie rinnovabili creerà nuovi punti caldi”.
Il documento di Hague non è solo un modello per la politica del Regno Unito, ma anche per gli Stati Uniti. Infatti, la stessa politica è stata delineata dal Consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden, Jake Sullivan (formatosi ad Oxford), in un’intervista del 2 maggio con Martha Raddatz su “This Week” (ABC News).
“Gli Stati Uniti sono pronti a occupare e vincere la corsa all’energia pulita per il futuro, che creerà milioni di posti di lavoro e migliorerà la nostra sicurezza nazionale”, ha detto Sullivan. “Ma abbiamo anche intenzione di richiamare gli altri paesi alle loro responsabilità, anche, come il presidente Biden ha detto molte volte, facendo in modo che non ci possa essere una corsa al ribasso. La Cina non potrà farla franca con industrie inquinanti nel suo paese e poi esportare quei beni per mettere a repentaglio i posti di lavoro americani. Non permetteremo che questo accada. Quindi abbiamo le idee chiare sulla strada da seguire, ma fondamentalmente crediamo che sia nell’interesse degli Stati Uniti di diventare noi, e non la Cina o chiunque altro, la superpotenza mondiale dell’energia pulita”