Le banche centrali pompano la bolla speculativa ma non l’economia reale

Le banche centrali di tutto il mondo sono impegnate nella più vasta operazione di espansione monetaria della storia. All’inizio di aprile, il bilancio dei quattro principali istituti di emissione ammontava a 21,6 migliaia di miliardi di dollari, oltre il triplo di quello che furono alla fine del 2007. Lo scopo di questa emissione monetaria è salvare la bolla speculativa che stava già implodendo prima della pandemia di coronavirus. I banchieri centrali e gli economisti sostengono che essa non provocherà inflazione e che, se anche lo facesse, essi hanno i mezzi per controllarla. Ciò sarebbe vero se la liquidità andasse a finanziare gli investimenti produttivi, ma questo non è il caso. Quando l’inflazione scoppia è già troppo tardi.
Ma sarebbe illusorio pensare che le persone ai vertici delle autorità monetarie e delle altre istituzioni fiancheggiatrici siano in grado di cambiare politica. Il pensiero ricorre a Rudolf Havenstein, il capo della Reichsbank tedesca, il quale, quando nel 1923 una commissione parlamentare gli chiese di spiegare come intendesse affrontare l’inflazione galoppante, rispose che aveva appena ordinato moderne macchine per stampare più velocemente il denaro!
L’equivalente odierno delle rotative di Havenstein è il crescente numero di programmi con nomi-minestrone per estendere alle banche prestiti con tassi d’interesse negativo. Così la Banca Centrale Europea ha appena lanciato un nuovo programma di rifinanziamento a lungo termine chiamato PELTRO (Pandemic Emergency Longer-Term Refinancing Operation) al tasso negativo di -1%, senza precedenti. Allo stesso tempo, anche il tasso dell’esistente programma TLRTO III (Targeted Long-Term Refinancing Operations) è stato ridotto di 50 punti, al -1% con effetto retroattivo al primo marzo.
La settimana precedente la BCE aveva allentato i requisiti del programma di acquisto attivi (APP) in modo da poter acquistare titoli-spazzatura, dopo che alla fine di marzo aveva lanciato il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programm), che permette di acquistare fino a 750 miliardi di titoli con un termine temporale coincidente con il momento nel quale il Consiglio della banca “giudicherà che la fase di crisi da coronavirus sia finita, ma in ogni caso fino alla fine dell’anno”. Nell’ambito del PEPP, la BCE ha acquistato una media di sette miliardi al giorno nella settimana dall’8 al 15 aprile, cinque milioni al minuto!
Nemmeno un centesimo della liquidità “stampata” con questi programmi andrà all’economia reale. Essa sarà usata dalle banche per speculare in ogni modo, a partire dal riacquisto delle proprie azioni (l’indice S&P a marzo ha visto l’aumento mensile maggiore dal 1987, mentre gli Stati Uniti registravano 30 milioni di nuovi disoccupati). Vi sarà anche una riedizione del saccheggio dei titoli di Stato, come quello del 2011 che vide la Grecia arricchire le banche tedesche e francesi. Il nuovo bersaglio di questo giochetto sarà l’Italia.
Puntualmente, il 28 aprile l’agenzia di rating Fitch ha retrocesso l’Italia a BBB-, un passo dalla spazzatura, alla vigilia di un’emissione decennale che ha visto salire i tassi a 1,78% come risultato. Non sembra molto, ma col denaro della BCE al -1%, siamo a un rendimento di quasi il 3%. Come ha scritto Bloomberg, “mentre gli investitori privati si dirigeranno probabilmente verso i titoli di debito più sicuri, come il Bund tedesco, potrebbero approfittare dei tassi d’interesse superiori di nazioni come Italia e Spagna, le più colpite dal virus. Questo cosiddetto premio di rischio si trasferirebbe ai tassi per le imprese e i consumatori, aggravando la recessione. Nello scenario peggiore, esso potrebbe rendere impossibile ripagare il debito pubblico”.
In altre parole, mentre i Paesi membri dell’UE non ricevono aiuti, ma solo promesse, per combattere la pandemia e il collasso economico, la BCE elargisce prestiti e regala soldi alle megabanche, che si ingrasseranno anche aumentando i debiti di quegli stessi Paesi membri.